La pipì di Berlusconi

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di Maurizio Badiani

Maurizio Badiani

In tanti anni di vita pubblica il Cavaliere ci ha abituato a continue sorprese e a battute sorprendenti. Ce n’è una però che conoscono in pochi. Un po’ perché é legata ad un evento lontano, un po’ perché dette vita ad un seguito curioso che coinvolse solo pochi “addetti ai lavori”.Tra questi c’ero anch’io. Facciamo un salto nel tempo. Fine anni “80. Il Cavaliere non é ancora sceso in campo ma è stabilmente a cavallo della sua azienda di Arcore. Che, giustamente, promuove ogni volta che può. Un convegno a Verona sulla comunicazione – rivolto agli industriali del Veneto – é l’occasione propizia per farlo.

In platea: addetti ai lavori, giornalisti e, naturalmente, potenziali clienti. Ed é soprattutto a questi ultimi che il Cavaliere si rivolge quando, davanti al microfono, pronuncia questa frase (cito a memoria):”Sapete, fare una campagna istituzionale non serve a niente. E’ come farsi la pipì addosso. Si prova una piacevole sensazione di caldo ma, alla fine, nessuno se n’é accorto.E noi ci siamo solo bagnati i pantaloni!”.

Potete immaginarvi lo stupore della sala. E l’eco che la frase ebbe sulla stampa, specializzata e non. Le Agenzie si sentirono offese e i pubblicitari anche. Fu così che l’Art Directors Club Italiano, anche per difendere l’onore della categoria, gettò al cavaliere il guanto della sfida. Un guanto di velluto visto che aveva la forma di un invito a cena presso l”Hotel Gallia. Il Cavaliere tenne fede al suo nome e, sportivamente, accettò la tenzone.

Arrivò con una puntualità svizzera e, con fare da gentiluomo, dette una forte stretta di mano ad ognuno dei presenti. Era consapevole di essere entrato nell’aula di un tribunale – anche se molto speciale – dove il banco, o meglio il tavolo, dell’imputato era riservato a lui. La cena fu a base di piatti invitanti e di ameni conversari. Poi arrivò il dessert che, nella mente degli organizzatori, avrebbe avuto, almeno per l’Ospite, un sapore amaro.

Il compito di mettere il Cavaliere in stato di accusa fu affidato (se la mente non mi inganna) a Marco Vecchia, il quale alzandosi lentamente in piedi e con fare degno di un consumato Perry Mason, gettò sul tavolo il tovagliolo quasi fosse il lembo della tonaca e, assumendo un tono solenne, iniziò la sua arringa: “Dottor Berlusconi, lei, di recente, durante un convegno, ha pronunciato una frase che ha fatto molto discutere e che ha gettato discredito su tutta la categoria dei pubblicitari…”.

Il nostro Perry Mason fu immediatamente interrotto dall'”imputato” che, con aria sorniona e sfoderando un sorriso degno del gatto di Alice, disse: “Sì ammetto di averla detta… decisamente una frase ad effetto. Ma quella frase, purtroppo, non è mia, ma di un mio grande maestro: Gianni Cottardo!”. Nella sala piombò il gelo. Già, perché dovete sapere che Gianni Cottardo, oltre ad essere l’Amministratore Delegato della Mc Cann, era, proprio in quel periodo, Presidente dell’AssAP, l’associazione che riuniva tutte le più grandi e qualificate agenzie italiane!

Il Nostro, dimostrando un’abilità degna del migliore Houdini, aveva impiegato pochi secondi per togliersi le catene dell’imputato e passare dal ruolo dell’accusato a quello dell’accusatore. Da quel momento il Cavaliere parlò ininterrottamente per almeno tre ore, tirando strali alla Rai, mandando messaggi alla stampa, blandendo l’amor proprio dei presenti a cui rivolse lusinghiere proposte di ingaggio ( “Ho davanti a me i migliori creativi d’Italia: venite a lavorare con me, le mie aziende hanno bisogno di creatività”).

Saranno state le 2.00 ormai quando un Emanuele Pirella, sfiancato per il lungo ascolto e l’ora tarda, chiese al Cavaliere il permesso di sciogliere l’assemblea. Intelligente, scaltro, dotato di un’energia inesauribile, quella sera Silvio Berlusconi ci dette un estratto di quelle doti che, di lì a poco, scendendo in politica, avrebbe “messo in campo”.