Le parole sono fiori. Da innaffiare

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di Maurizio Badiani

Maurizio Badiani

Giorni fa ho acquistato presso una bancarella dell’usato un libretto del 1914: “Novelle toscane” di Ferdinando Paolieri. Il Paolieri, oggi credo dimenticato dai più, ebbe a suo tempo una certa notorietà dovuta anche al fatto che quel suo libriccino venne adottato in molte scuole del Regno.

Scrittore semplice e asciutto, il Paolieri ricalca le orme del verismo toscano che ebbe in Renato Fucini (“Neri Tanfucio”) il portavoce di maggiore spicco. Perché, tra mille, ho scelto proprio quel libretto? Perché ero certo – e nel leggerlo ne ho avuto la conferma – che vi avrei ritrovato, da toscano, molte parole della mia fanciullezza: quelle che allora usavo con frequenza e che oggi invece non uso più.

La lingua è come un muscolo: se non la eserciti si atrofizza. Per quello ho molto apprezzato l’iniziativa dello Zanichelli, il più antico dizionario d’Italia che, nell’edizione del 2020, ha voluto segnalare graficamente con un fiorellino (un trifoglio per la precisione) oltre 3000 parole che si stanno “seccando”, lanciando il progetto “Paroledasalvare”.

L’iniziativa prevede anche un tour: un vocabolario gigante che, partendo da Milano, farà tappa in diverse città italiane. Ai giovani e vecchi lettori verrà chiesto di adottare una parola e di “prendersene cura”, usandola in modo appropriato. Mi auguro che, così facendo, parole come “Abbarruffio, diavoleto, aggarettare, rugliare, turchiniccio, inanizione, grumato, abbarbagliante, sbrendolo, stambugio, scataroscio…” in cui inciampo ad ogni voltar di pagina leggendo il mio sdrucito libretto, possano trovare, dopo un attimo di comprensibile smarrimento, il loro eroico salvatore.