Caffè amaro. Un appello per l’Antico Caffè Greco

791

di Maurizio Badiani

Maurizio Badiani

Leggo della triste vicenda dell’Antico Caffè Greco. Triste perché pare che sul suo sito siano comparsi denigratori giudizi antisemiti. Triste perché – per una mera questione di dané – uno dei più antichi e nobili caffè d’Italia (risale al 1760!) rischia di chiudere.

La vicenda è nota. Lo storico caffè ai cui tavoli si sono seduti Goethe, Leopardi, D’Annunzio, De Chirico e anche Arrigo Levi, ha ricevuto lo sfratto.

La proprietà ha infatti deciso di dare un “ritocco” all’affitto portando i 16.000 euro mensili attuali – che, per un Caffè, anche se in una posizione di prestigio, mi sembrano già una fucilata – a 170.000 euro al mese. Euro più, euro meno.

Ora si dà il fatto che la proprietà dell’Antico Caffè Greco sia dell’Ospedale Israelitico di Roma. E questo, a qualche mente poco strutturata, ha offerto il destro per stilare illazioni e giudizi beceri o scontati. Io invece vorrei dare spazio, oltre alla speranza, ad una mediazione. La Comunità Israelitica Romana ha sofferto sulla propria pelle il peso delle persecuzioni e della diaspora e sa perfettamente quanto siano importanti quei legami intangibili costituiti dalle tradizioni e dalla cultura. Per questo mi auguro che, spinta dalla sensibilità che la contraddistingue e che secoli di sofferenze hanno affinato, si faccia avanti come intermediaria tra la proprietà dell’immobile e il locatario affinché un altro pezzo di Roma non sparisca per lasciare spazio all’ennesimo negozio di abiti firmati di cui nessuno, francamente, sente il bisogno.

Mentre di Caffè Greco ce n’è uno solo. 

Non si dia alla vicenda un connotato razzista. Ma di civiltà. 

Affinché storia e cultura, almeno per una volta, non debbano soccombere sotto il peso del vile denaro.