Vizi pubblicitari – Il diabolico conflitto

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di Federico Unnia

Un nuovo intervento, l’ennesimo vien da dire, del Comitato di controllo che a parole ferma una pubblicità  ritenuta offensiva della dignità della donna.

E’ quanto avvenuto nei confronti del messaggio  “Adriaker – ceramica arredo bagno e pavimenti in legno”, pubblicato sul quotidiano Il Piccolo alla fine di settembre, in quanto giudicato  manifestamente contrario agli artt. 1 – Lealtà della comunicazione commerciale – e 10 – Convinzioni morali, civili, religiose e dignità della persona – del Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale. Due norme, ricordiamolo, tra le più severe del Codice, in quanto esigono tutela per valori importanti della comunicazione pubblicitari.

Nel messaggio, volto a pubblicizzare un’azienda del settore edilizio, era raffigurata  una giovane donna con una canottiera bianca e reggiseno nero in vista con una vistosa scollatura sul decolleté mentre tiene in una mano un attrezzo per le ristrutturazioni. 

Come sempre in questi casi il Comitato ha ritenuto che tale comunicazione commerciale promuovesse  una rappresentazione svilente della donna, come tale in contrasto con il disposto dell’art. 10 del Codice. “Il corpo femminile viene, infatti, strumentalizzato al solo scopo di attirare l’attenzione del pubblico. La comunicazione crea una commistione di piani tra il corpo della donna offerto “in vetrina” e i servizi che si pubblicizzano, che conduce inevitabilmente alla mercificazione della persona” dichiara il Comitato nell’ingiunzione che ha bloccato l’ulteriore diffusione del messaggio.

Non esiste alcuna giustificazione narrativa o relazione tra l’immagine della persona scelta e le caratteristiche di quanto si pubblicizza se non il fine di sfruttare il corpo della donna per catturare l’attenzione del lettore.

Inoltre, questo ingiustificato uso del corpo femminile e della sensualità genera agli occhi del pubblico riprovazione e sentimenti di rifiuto che determinano un generale discredito che si riflette sulla comunicazione commerciale stessa, intesa come istituzione, e ciò pone il messaggio in contrasto anche con l’art. 1 del Codice.

Fin qui nulla di nuovo. Ovvero, il riaffermare di un principio sacrosanto.

Quello che sorge spontaneo è un altro interrogativo: ma chi è chiamato a controllare la pubblicità sa dell’esistenza delle norme del codice? Non potrebbero i mezzi, che sono l’anello debole della catena del controllo autodisciplininare ma, la tempo stesso, il fulcro della sua stessa esistenza,  fare di più?

È vero che c’è la crisi e tutti tengono famiglia. Ma non sulla pelle e la dignità delle donne.