Le gare. Un vizio antico

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di Maurizio Badiani

Le gare, indette dai clienti per l’assegnazione di un budget, sono tra le prime cause dell’attuale dissesto della pubblicità.

Maurizio Badiani

Quasi sempre non remunerate, aperte spesso a un numero spropositato di partecipanti, le gare hanno avuto un lungo momento di gloria durato almeno due decenni, a partire dai primi anni ‘90.

Croce e delizia delle agenzie che, se non venivano invitate si sentivano trattate da Paria e, se convocate, si trovavano a sacrificare tempo e risorse economiche importanti che sottraevano, ovviamente, ai clienti già acquisiti. Le “regole” e i limiti suggeriti dall’Associazione delle Agenzie di Pubblicità sono stati pannicelli caldi che non sono serviti a lenire una piaga che, col tempo, si è fatta sempre più purulenta.

C’è da dire però, a onor del vero e della Storia, che quello delle gare, nel nostro Paese, è un male antico. La prima gara che mi balza alla mente fu quella indetta dalla città di Firenze per la seconda porta del Battistero. Era il 1401 e a presentare i loro “bozzetti” furono invitati 7 tra i più rinomati artisti del tempo, tra cui Ghiberti, Jacopo della Quercia e Brunelleschi.

Vinse il Ghiberti che si aggiudicò così l’ambitissimo “budget”. 

Sotterfugi, intrallazzi e colpi bassi non mancavano neppure allora.

Per arrivare alla meta si ricorreva ad ogni espediente. Come quello che il grande Jacopo Robusti, detto Il Tintoretto, mise in pratica nel 1564 in occasione della gara indetta dalla Scuola Grande di San Rocco, associazione laica di beneficienza tra le più ricche dell’opulenta Venezia. Agli artisti convocati (tra cui Paolo Veronese, il Salviati, Federico Zuccari e, appunto, Tintoretto) fu dato un mese di tempo per presentare un bozzetto. Soggetto: “San rocco in gloria”, un ovale destinato al soffitto della sala principale, detta dell’Albergo. Il Tintoretto, che evidentemente contava qualche “entratura” tra i membri del comitato promotore del concorso, riuscì a farsi passare sotto banco le misure esatte dell’ingombro che avrebbe avuto la tela una volta che fosse stata messa in loco. Arrivò il giorno della presentazione al Cliente. Tutti gli artisti portarono il loro bravo bozzetto di carta mentre il Tintoretto si presentò a mani vuote. Come risposta alla sorpresa generale si limitò ad invitare gli astanti ad alzare gli occhi verso il soffitto dove, a grandezza naturale, collocato nella sua cornice ovale, faceva mostra di sé il quadro bell’e fatto. A suo discarico – gli altri concorrenti com’è facile immagine erano piuttosto incavolati – disse che a lui occorreva lo stesso tempo sia per fare un quadro grande che uno piccolo.

E aggiunse, con un colpo di captatio benevolentiae, che, se per caso il quadro non fosse stato di gradimento del Cliente, glielo avrebbe regalato. Non solo. Siccome anche il Cliente del 500 era molto sensibile alla “variabile prezzo”, il nostro pittore, che era lesto di mente quanto lo era di mano, volle strafare: nel caso in cui si fosse aggiudicato l’appalto dell’intera opera (cioè i teleri di tutte la sale dell’edificio) avrebbe fatto fare il prezzo al committente stesso. Insomma “Sciao Vostro fino in fondo, ciò”. Va da sé che, a queste condizioni, l’artista vinse a mani basse. 

Quindi, se durante una gara, qualche concorrente per vincere ricorre a un tiro mancino, date pure la colpa a Tintoretto.