A Vibo Valentia moglie di un narcos diventa teste dell’accusa, è polemica

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di Mario Modica

Il presunto reato è poco più che bagattellare: Klaus Davi, a capo di un’agenzia di comunicazione e noto massmediologo, si era recato due anni fa presso l’Ospedale Jazzolino di Vibo Valentia per realizzare un servizio tv sul giovane rampollo del clan dei Mancuso, definiti più volte da Nicola Gratteri come leader mondiali del narcotraffico.

Klaus Davi

Per impedire a Davi di fare le riprese, i famigliari del giovane (segnatamente la mamma, la sorella e il di lei fidanzato) immobilizzarono Klaus sequestrandogli la telecamera. Nel frattempo i Mancuso chiamarono la polizia. Di lì a poco due agenti arrivarono sul posto e chiesero i documenti al giornalista, che avrebbe loro detto ‘chiedeteli ai mafiosi che mi hanno aggredito: siete loro amici o burattini dello stato’.

Una presunta insinuazione riportata nell’ordine di servizio che ha fatto scattare l’indagine e il rinvio a giudizio del giornalista per oltraggio a pubblico ufficiale. Due lunghi anni di processo in una terra in cui i magistrati in tutte le sedi lamentano la scarsità di risorse, e tutto questo per verificare se la frase sia stata pronunciata o meno. Nessuno dei testimoni citati da accusa e difesa l’ha confermata nel dibattimento, tranne i due agenti, a questo punto gli unici ad averla ascoltata.

Ma il vero colpo di scena arriva con la scelta del PM di Vibo Valentia di citare come teste la mamma di Emanuele Mancuso e moglie di Pantaleone, membro apicale del clan che terrorizza tutta la stessa provincia di Vibo e non solo distinguendosi per estorsioni, traffico di droga, omicidi e faide. Formalmente ineccepibile, la scelta della Procura ha destato non poche perplessità anche in ambienti giudiziari e dell’antimafia.

Al di là delle parole della Mancuso (famiglia che con Davi ha diversi contenziosi in essere), sicuramente colpisce la scelta di scomodare la donna (che, va detto, era presente quella sera all’ospedale e quindi avrebbe potuto effettivamente sentire la frase per la quale Davi sta subendo il processo) per corroborare la tesi accusatoria contro il giornalista.

Ancora più singolare che nessuno, in terra di mafia, abbia ritenuto minimamente opportuno accertare se il clan Mancuso avesse commesso reato nell’immobilizzare una persona e sequestrare una telecamera, sostituendosi alla vigilanza dell’ospedale, come risulta dai verbali.

No: La priorità dello stato, in una terra depauperata dalla vorace prepotenza della ‘Ndrangheta, è dimostrare se Davi è stato offensivo o meno con i due poliziotti. Il 7 ottobre sarà emessa la sentenza che comunque vada si prefigura come un precedente nella storia della giurisdizione  italiana soprattutto per il ruolo  di ‘supporto‘, in caso di condanna di Davi, della Mancuso verso uno Stato che indica il suo clan come diretto contraltare della legalità. Un male assoluto, a correnti alternate.