Come andò che il leone (di Cannes) perse le ali

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di Maurizio Badiani

Forse non molti sanno (a meno che non abbiano i capelli bianchi come me) che il famoso Leone di Cannes, la preda più ambita da ogni creativo pubblicitario, è nato a…Venezia.

Era il 1954 quando, da una costola della Biennale dedicata alla settima arte, prese vita un festival che si proponeva di premiare la qualità creativa e produttiva del cinema pubblicitario che allora aveva proprio nelle sale cinematografiche il suo principale spazio di fruizione. Il leone che troneggia sulla colonna che si erge davanti al Palazzo Ducale ispirò il premio.

Leone di San Marco, dunque, con tanto di ali rivolte verso il cielo e la sua bella zampona a reggere il libro del santo evangelista. Qualcuno colse nel nuovo festival l’occasione per valorizzare tecnici e talenti. Qualcun altro – che forse più che alle Idee pensava al Portafoglio – vide nella manifestazione appena nata un mezzo per far soldi. Perciò, deve aver pensato, perché lasciare il nuovo business tra le zampe della Serenissima?

Che circolasse, perdio, così come circolano i denari. Fu così che il Festival prese ben presto il largo dalla laguna: la seconda edizione si tenne a Monte Carlo, la terza approdò già a Cannes. Dalla quarta in poi il festival si tenne alternativamente a Venezia e a Cannes. Un anno in laguna e uno sulla Croisette. La strana “par condicio” andò avanti fino al 1984 anno in cui la manifestazione prese definitivamente la via della Francia. Non so se sia lecito parlare di un vero e proprio scippo: sta di fatto che, a partire da quella data, il Festival del Leone non vide più né il Lido né il Canal Grande.

Da quel fatidico 1984 i Leoni passeggiarono solo sulla Croisette. Dalle vongole veraci e l’ombra de vin passarono alle ostriche e allo champagne. Il festival cresceva ogni anno e, di edizione in edizione, crescevano i profitti che la manifestazione generava. Restava però ancora da risolvere un piccolo problema. Di immagine e di orgoglio ferito: il Leone che dalle mani dei gentili organisateurs passava a quelle dei premiati esibiva ancora sfrontatamente due ali dritte e la sua bella zampona appoggiata al libro sacro.

Insomma il leone più che ruggire parlava veneziano. Un affronto che i cugini d’oltralpe (memori di aver già piegato la Serenissima nel lontano 1797) non potevano tollerare. Così, armati di orgoglio e di cesoie, cominciarono a mutilare la povera bestiola: con tre colpi decisi tagliarono via prima la parte posteriore del leone, coda inclusa, poi le ali, da ultimo l’ingombrante librone. Tagliata a metà, la statuetta aveva perso – è proprio il caso di dirlo – metà del suo fascino.

E, quel che era peggio, senza le zampe di dietro non stava in piedi. Ci voleva un escamotage (e i Francesi con gli escamotage giocano in casa) per ridare alla belva un punto di appoggio, oltre che un po’della dignità perduta. La soluzione fu trovata in una “pizza”. Non una pizza da forno naturalmente (in tal caso l’italianità, buttata fuori dalla porta sarebbe rientrata dalla finestra) ma una più degna e pertinente “bobina”. O “rullo” di pellicola. Che nel gergo degli addetti ai lavori viene appunto chiamato “pizza”.

L’idea piacque. Tanto più che quel cerchio perfetto a cui il leone (privo delle zampe di dietro) era costretto ad appoggiarsi, ricordava vagamente il sol dell’avvenir di mai sopiti spiriti barricadieri. Cosa che, nel paese della Marianne e della Marsigliese, non stonava affatto. 

Nacque così il Leone di Cannes che oggi tutti noi conosciamo. Senza ali, senza libro e senza coda. Ma, soprattutto, cento x cento made in France

PS. La perdita del Festival Internazionale della Pubblicità da parte di Venezia non fu solo uno smacco al prestigio del nostro Paese ma un danno economico di valore incalcolabile.
Perché non basta avere un’idea. Bisogna anche saperla  amministrare.