In edicola da domani il numero 7 di i FqMillenniuM

Giovanni Agnelli, fondatore della Fiat, nel lontano 1933 proponeva la riduzione dell’orario di lavoro per contrastare la disoccupazione provocata dall’avvento dell’automazione in fabbrica. FqMillennium, il mensile diretto da Peter Gomez in edicola da sabato 4 novembre con numerose inchieste e approfondimenti dedicati a robot e lavoro, pubblica il carteggio fra il fondatore della Fiat e Luigi Einaudi, l’economista destinato a diventare presidente della Repubblica. Preoccupato che i disoccupati tecnologici costretti a ridurre i consumi innescassero una spirale negativa per tutta l’economia, Agnelli scriveva: “La riduzione delle ore risolve il problema di distribuire il lavoro equamente fra tutti gli uomini, dando a tutti due ore addizionali d’ozio”. Einaudi, però, rispose facendo muro in nome delle leggi di mercato. I lavoratori, ragionava, si sposteranno semplicemente dalle aziende “più stazionarie” a quelle più “dinamiche”.

FQ Millennium cover-novembre 2017

Il carteggio, conservato alla Fondazione Luigi Einaudi di Torino, torna di attualità ai tempi dell’industria 4.0, una rivoluzione tecnologica nella quale l’Italia rischia di restare indietro, con gravi conseguenza su economia e occupazione, documentano le inchieste di Fq Millennium: “Il 14,9% del totale degli occupati, pari a 3,2 milioni, potrebbe perdere il posto di lavoro entro 15 anni”, prevede un recente studio The European House-Ambrosetti. Illuminante il confronto con la Germania, che FqMillenniuM ha basato su dati ufficiali Istat ed Eurostat: il valore aggiunto generato dall’industria negli ultimi dieci anni è diminuito in Italia del 2,1%, in Germania è aumentato del 3,8; la quota di pil investita in ricerca e sviluppo è stata il 2,8% dalle parti di Merkel e appena l’1,3 dalle parti di Renzi-Gentiloni. Più significativo ancora, il confronto sulla qualità dei posti di lavoro creati negli ultimi cinque anni. Nella fascia di retribuzione più bassa “vince” l’Italia con 470mila impieghi contro 200mila della Germania. Nella fascia di reddito più alta il risultato si capovolge, e i tedeschi ci stracciano: 680mila contro 100mila.

La rivoluzione dei robot rimette in gioco uno slogan quasi dimenticato: “Lavorare meno, lavorare tutti”, non più urlato nelle piazze o verniciato sui muri, ma analizzato dagli scienziati sociali in saggi e convegni. In Italia se n’è fatto portabandiera il sociologo Domenico De Masi (“Lavorare gratis, lavorare tutti” è il titolo del suo ultimo libro, edito da Rizzoli), che intervistato dal mensile del Fatto afferma: “Nel nostro Paese lavoriamo 1.800 ore l’anno pro capite e abbiamo sei milioni di disoccupati”. Se scendessimo alle 1.482 ore pro capite dei francesi, avremmo “oltre quattro milioni di posti in più”. E se toccassimo le 1.371 ore pro capite dei tedeschi (che dunque, a dispetto dei luoghi comuni, lavorano meno di noi, ma in modo più efficiente)? “Allora guadagneremmo 6,6 milioni di posti”, conclude De Masi. Di fronte a questo approccio non mancano i critici, come Francesco Daveri, direttore del Master in Business Administration della Bocconi, secondo il quale considerare l’orario trascorso in fabbrica o in ufficio come “una torta da spartire” non può funzionare.

Tra le principali firme di Millennium di novembre: Fabrizio d’Esposito, Nanni Delbecchi, Angelo Ferracuti, Peter Gomez, Luca Mercalli, Antonio Padellaro, Gaia Scacciavillani, Marco Travaglio, Alberto Vannucci