Vizi Pubblicitari – Ancora un no all’immagine con l’amo in bocca!

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di Federico Unnia

Non vorrei sbagliarmi ma con questo sono 3 i casi di messaggi pubblicitari centrati sull’immagine di una persona, presa all’amo, sanzionati da organi di controllo della correttezza pubblicitaria. Uno, in primo, in Inghilterra, gli altri due in Italia. E, caso vuole, mai per imitazione dell’altrui pubblicità quanto per la crudezza e violenza della raffigurazione proposta. Una guancia che si torce dietro la pressione esercitata dal filo che trattiene lamo conficcato in bocca.

L’ultimo caso lo ha deciso il Comitato di Controllo che ha chiesto al giurì fosse dichiarata la non conformità agli artt. 9 e 11 cap del messaggio di The Interior Design avente per oggetto una piattaforma che presenta vari progetti di design per l’arredamento. Messaggio  diffuso attraverso locandine affisse sulle centraline Telecom nella città di Milano, un fatto questo che ha inciso anche per la sanzione ai sensi dell’art. 11 cap.

25-17 TID[1]

L’annuncio mostrava in primo piano su sfondo bianco il volto di una donna il cui labbro superiore è agganciato e tirato da un amo da pesca. Per il Comitato, la rappresentazione si caratterizzava per un forte realismo e incentrata sulla ricerca di un effetto scioccante, richiamando sensazioni di sofferenza, dolore fisico e violenza, tali da turbare il pubblico. Inoltre per il mezzo di diffusione scelto e dunque per l’impatto su un pubblico molto ampio, secondo il Comitato, il messaggio avrebbe un effetto negativo su un pubblico di minori, che non ha ancora sviluppato filtri cognitivi adeguati.

La resistente si era difesa eccependo  che l’immagine, opera di un giovane artista del panorama nazionale e internazionale, sarebbe stata provocatoria con l’obiettivo di riscrivere in chiave ironica e non convenzionale i tratti di selezionati soggetti femminili. Infatti inserendo un elemento di disturbo, l’immagine avrebbe lo scopo di decentrare l’attenzione dello spettatore dalla mera valutazione estetica del soggetto femminile.

Il Giurì, premesso che, a differenza dell’arte, la pubblicità, in quanto comunicazione commerciale, non inerisce alla sfera della libera manifestazione del pensiero, tutelata dall’art. 21 della Costituzione, ma è soggetta a limiti di legittimità che includono anche quelli dell’Autodisciplina, ha ritenuto  ininfluente una valutazione sul merito “artistico” della rappresentazione esaminata. Infatti, pur essendo evidente il carattere surreale dell’immagine pubblicitaria, è innegabile che essa persegua e produca un effetto scioccante, idoneo a generare ribrezzo in larga parte del pubblico: essa si imprime nella mente dell’osservatore come l’immagine di una persona agganciata da un amo. La diffusione attraverso manifesti affissi nella città di Milano, infine,  esclude per i destinatari ogni possibilità di scelta o di rifiuto, come invece avviene in caso di esposizione ad una mostra di fotografia, che vengono così a contatto con l’immagine in modo non richiesto né desiderato. Inoltre la diffusione nelle strade della città comporta ad avviso del Giurì un impatto negativo massimo qualora colpisca un pubblico di minori, provocando in loro ribrezzo e disagio. Da qui il blocco.