La Panchina – Relazioni pericolose

di Pietro Greppi – info@ad-just.it

Ci sono professioni sul cui equilibrio etico sarebbe opportuno riflettere più di quanto si faccia o si pensi di fare. Ce ne sono alcune infatti, che nascono in modo spontaneo come risposte a quelle che, in modo generico e superficiale, chiamiamo esigenze, ma non per questo possono essere considerate di utilità sociale, perché la loro utilità è particolare. Ed è proprio quest’ultimo aspetto, il particolare, il delicato argomento da affrontare, perché tocca in realtà l’area degli interessi, cosa ben diversa dalle esigenze. L’equilibrio cui ho fatto riferimento è quello che si gioca sul filo della correttezza, dell’opportunità e delle ricadute che certi interessi (particolari) hanno in campo sociale laddove invece albergano soprattutto esigenze (ciò che è necessario).

Tutti, più o meno, siamo consapevoli che  la nostra società è popolata da onesti e disonesti, furbi e ingenui, buoni e malvagi, interessati e disinteressati, … e bene o male dobbiamo ammettere che in ognuno di noi albergano spesso tutte queste “qualità” contemporaneamente. Ognuna di loro può emergere da un momento all’altro. Sarà forse per questa consapevolezza che cerchiamo di prevenire o “tamponare” con le leggi certi nostri comportamenti e le loro conseguenze.

Vivendo insomma tutti sulla stessa barca ognuno di noi considera quello che fa o che vede accadere difendendo i propri punti di vista. Dirò quindi il mio sulla differenza per me importante fra interessi ed esigenze.

L’idea di difendere i propri interessi mi è sempre piaciuta poco, sa di egoismo, di esclusione e porta a pensare e ad agire anche contro altri. Crea caste, separazioni, dislivelli, disuguaglianze, insensibilità, … insomma lo trovo brutto. E scuserete se uso un aggettivo così semplice che però trovo molto chiaro e in questo caso tutt’altro che soggettivo.

Mi piace molto invece quando si discute e si agisce per garantire esigenze comuni, inclusive, che riguardano quello che c’è, e soprattutto quello che serve, che sia ben distribuito e, in caso contrario, si provveda a mettere in pari situazioni che non lo sono. Questo lo trovo bello. Su questo riesco ad impegnarmi, su questo riesco a prendere posizione in deciso contrasto con chi pensa in modo “guicciardinesco” al proprio particolare.

Avendo quindi questa visione, e arrivo al punto, mi interrogo spesso sul grado di eticità della funzione, per esempio, delle persone che svolgono attività di relazioni pubbliche, soprattutto quando loro stesse dichiarano di occuparsi dell’organizzazione di campagne, o di azioni di comunicazione in genere, il cui obiettivo principale -e quindi la loro ragione d’essere- è quello di modificare gli atteggiamenti negativi dell’opinione pubblica verso determinate categorie di prodotti. O per addomesticare i conflitti sindacali o le reazioni dei dipendenti di un’azienda ad una chiusura di stabilimento, etc. Davanti a questo genere di professioni sinceramente resto interdetto. Le vivo come dei sedativi inopportuni. Appaiono ai miei occhi come un esercito addestrato ad affrontare un “nemico” (l’opinione pubblica) considerato tale stando al soldo di chi (l’impresa) a sua volta appare nemico agli occhi dell’opinione pubblica. Mi perdoneranno, ma per quanto questa critica sia tagliata con il coltello grosso, se è vero che ognuno porta l’acqua al suo mulino deve esserci anche qualcuno che controlli costantemente se si tratti di un abuso. E se esistono professioni che difendono comportamenti non etici o che di fatto agiscono per  farli apparire meno gravi, allora è normale -direi necessario- che esistano professioni il cui compito sia quello di far provare vergogna a costoro.