La Panchina – Lo stato delle cose. Da fare

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di Pietro Greppi

Cosa ne sappiamo di tutte le persone che si massacrano di lavoro per fornire ad altre persone (ognuno di noi) la possibilità di scegliere una scarpa di un colore o di un altro, un telefono di ultima generazione, un paio di mutande, una bacinella di plastica, un arnese qualunque, un giocattolo? O di quelle che si spezzano la schiena, perdono il sonno e la dignità solo per offrire ad altri la comodità di una passata di pomodoro, un cesto di frutta, una bistecca, un’automobile? Molte di quelle persone che producono certi beni, si trovano sempre più spesso nelle condizioni di non potersi permettere quegli stessi beni. Il nostro è un sistema da revisionare. Anzi da rifare. Basato sull’idea balzana che il lavoro sia un diritto ma anche l’unico modo per concepire l’esistenza e la sussistenza non può essere né sostenibile né accettabile.

Ascoltando, per esempio, alcune interviste a lavoratori dell’Ilva emerge la considerazione che per molti di loro il lavoro è più importante della salute. Pur di non perdere il lavoro sono disposti a rischiare di morire in un ambiente malsano. Comprensibile, ma folle. Folle quanto il nostro sistema in cui non esiste altro argomento che l’economia. Accadde un terremoto: un colpo all’economia. Una grandinata: un colpo all’economia. Chiude una fabbrica: un colpo all’economia. Ma di cosa stiamo parlando? Il denaro è solo un elemento di un sistema corrotto da pensieri malati e  reiterati. L’equità di una società civile non può essere legata alla disponibilità  e alla distribuzione di banconote e monetine. Il buonsenso sta nel tanto richiamato  reddito di cittadinanza perché uno Stato non può permettere che le persone soffrano, soprattutto perché siamo tutti figli di persone che il Paese lo hanno costruito. Il Paese va mantenuto e non ricomprato come sembra che venga chiesto di fare ogni giorno. Ed è per questo che lo Stato dovrebbe tornare a produrre servizi e ad essere pieno proprietario (insieme ai suoi cittadini) di ogni cosa sia stata già costruita (anni fa). Per certe cose il denaro non ha senso di esistere. E laddove serve davvero qualcosa lo Stato la produca, impiegando le persone secondo una rivisitazione che so (è solo un’idea) del servizio civile. Pensate a quanto sarebbe straordinariamente diverso il nostro Paese (il Mondo anche) se anziché formare militari e costruire armi formassimo la capacità di fare cose utili, imparandole a rotazione.

Le parole degli operai dell’ILLVA sono di disperazione, dettate da situazioni di degrado ambientale che unite alla dipendenza da un sistema che se non ti uccide ti abbandona, generano visioni distorte di quella che dovrebbe essere invece una vita serena garantita dalla convivenza civile. Non ci sono parole per esprimere il dramma che rappresenta questo genere di rassegnazione che sottolinea la subalternità totale all’equazione lavoro=denaro cui sono indotte milioni di persone … ma le parole dobbiamo trovarle, perché se siamo arrivati a questo punto significa che un male oscuro si è impadronito dell’anima di molti facendo perdere il lume della ragione sia a coloro che nascondono l’inutilità o la pericolosità dei sistemi di produzione di alcuni grandi stabilimenti, sia di coloro che per la disperazione sono portati dal sistema a fare certe affermazioni.

La vita e la serenità delle persone sono beni da tutelare a cura di tutti. Nessuno deve poter pensare che sia una condizione a cui poter abdicare. Nessuno deve poter operare per indurre taluni suoi simili a pensare che il lavoro e il denaro siano condizione necessaria e sufficiente per abdicare alla propria condizione di persona.

di Pietro Greppi – info@ad-just.it