La Panchina – Il diavolo e l’acqua santa

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di Pietro Greppi

Chieri, provincia di Torino. Ore 13.15, ultima domenica di agosto. Passiamo davanti ad una chiesa ortodossa dove si sta celebrando un rito religioso in lingua rumena. È la prima volta che ci capita di vederne una e decidiamo di seguirla. Verso la fine la mia compagna decide di farsi benedire dal religioso per una sorta di sentimento di condivisione. Lei per correttezza gli dichiara di non essere ortodossa e lui la accoglie con un sorriso dicendo “il Signore è uno solo”… Usciti decidiamo di visitare un’altra delle tante chiese presenti nel paese. Nella prima troviamo, che dall’aspetto è certo la più importante, il portone principale è semi aperto. Entro con la mia compagna per ammirarne le opere e l’architettura. Non c’è nessuno. Sarà l’ora. A metà della grande navata centrale mentre sto osservando un grande e meraviglioso affresco si sente suonare una piccola sirena. Come un allarme. È un allarme. Dopo circa un minuto, fanno capolino da un portoncino laterale un frate anziano e un giovane con una veste lunga e nera, colletto bianco, sulla trentina “che prende coraggio” e di cui mi colpiscono due cose. La prima è l’evidente meticolosità con cui costui cura la sua persona e il suo abito lungo. La seconda sono le sue prime parole: “Cosa ci fate qui?”. Confessiamo che sì… stiamo visitando la chiesa. “Ma da dove siete entrati?” e noi ovviamente sveliamo al nostro inquisitore che la causa del nostro ingresso era da individuarsi …nel portone centrale. Poi la chicca. La prima di una serie. Il frate anziano passa subito in secondo piano e forse si defila … non lo vediamo più. Parla ancora questo giovane che vuole farci riflettere “… beh! mi sembra evidente che a quest’ora potevate immaginare che doveva essere chiuso… ” e, mentre si avvia verso l’uscita/entrata seguito da noi non riesco a trattenere un commento “… a dire la verità padre devo farle notare che le chiese non mi riesce di pensarle come dei negozi con gli orari di chiusura… ritengo che siano nate come casa comune simbolo di accoglienza che io terrei sempre aperte….” e lui, con un tono in crescendo “… si fa presto a parlare quando non si hanno queste cose… se vuole venire lei a dire messa alle 7 mi fa un piacere e poi quando mancano i guardiani a controllare quello che c’è da controllare…”. Io ovviamente, da tipico infedele, gli faccio notare l’inopportunità delle affermazioni e dei toni ….soprattutto per quanto riguarda l’idea balzana, trasmessami dalle sue parole, che la chiesa lui la consideri sua…. Siamo vicini al portone centrale ormai e non posso evitare di rivolgergli l’ulteriore commento (mentre lo vedo diventare color porpora) “dovrebbe vergognarsi per lo scarso rispetto che dimostra verso la sua stessa veste e ciò che rappresenta lei stesso… non ho notato alcun gesto di accoglienza e neppure di semplice educazione in lei…. sicuro di avere indossato l’abito giusto?…”. Ci allontaniamo sbigottiti mentre lo sentiamo chiudere il portone centrale bofonchiando parole che sarebbero state meglio in bocca ad una suocera acida. Nel giro di mezz’ora abbiamo incontrato il diavolo e l’acqua santa. Indovinate da soli chi fosse uno e l’altro.

di Pietro Greppi – info@ad-just.it