La Panchina – Archistar

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di Pietro Greppi – info@ad-just.it

Il concetto di bello si dice sia soggettivo. Ma ci sono prove evidenti che così non è. Non quando ciò che viene fatto oggetto di giudizio è per esempio una costruzione destinata alla vista di tutti.

C’è da chiedersi come mai le testimonianze di quanto realizzato nel passato dai popoli che ci hanno preceduto, ci risultano a colpo d’occhio “belle”? Di un bello che mette d’accordo tutti. Soprattutto quando lo metti a confronto con costruzioni recenti e recentissime. Personalmente non saprei spiegarlo razionalmente se non con la percezione dell’armonia e dell’impegno che trasmettono anche nel rispetto della vista altrui.

E dato che è il pensiero a dare origine alle cose che costruiamo, evidentemente il pensiero dei nostri antenati era un pensiero più articolato, riflessivo e orientato alla concretezza. Forse anche più responsabile e rispettoso. Avevano meno informazioni di noi (forse), ma sapevano come fare molte cose, quelle utili, e le facevano belle, funzionanti, funzionali e durevoli.

Senza retorica, ad un certo punto la società si dev’essere corrotta da qualche parte e con lei anche la visione d’insieme. Mi sembra evidente, perché il  cemento sarà anche solido, così come certe figure geometriche, ma come puoi definire bello un cubo di cemento? Eppure di parallelepipedi in cemento se n’è costruiti parecchi. Ma perché, perché?! Più veloci da fare? Si certo, la velocità. Quella che ti toglie il gusto del mangiare con calma, che non ti fa vedere quello che hai intorno perché corri troppo, che ti fa dimenticare i figli in macchina, che ti impedisce di pensare profondamente a quello che stai facendo, che ti fa dimenticare chi sei … che ti fa tirare un po’ di righe su un foglio perché sei architetto, tanto poi per i calcoli ci sono gli stagisti e a costruire ci pensano i muratori. A questo proposito voglio riportare due cose fresche fresche, su cui lascio ad ognuno le sue proprie considerazioni.

La prima. Un famoso architetto a metà agosto 2016 è stato ospite di un programma televisivo e il tema era quello della cementificazione. L’archistar, accusato da un altro ospite di essere uno dei peggiori cementificatori, si difende con una battuta e, per provare l’inconsistenza dell’accusa, tira fuori le foto della sua ultima opera: una grande chiesa. I giornalisti in studio non hanno detto una parola. Forse non volevano fare brutta figura non avendo aggettivi adatti a definire quel cubo di cemento bianco, il cui interno si presenta coerente all’esterno e cioè cemento bianco, lineare e minimale, con “punti luce” appesi a fili molto lunghi, tipo … hai presente quelle belle lampade da IKEA? Ecco.

La seconda che vi riporto mi ha colpito perché riguarda il soggetto che dà il titolo a questa rubrica. Una grande azienda, attiva nella lavorazione del cemento, sta promuovendo una sua nuova creatura: una panchina di cemento. Un parallelepipedo da adagiare in terra, senza schienale, la cui struttura ricorda un traliccio. Stabile, veloce e senza neppure l’ingombro di un minimo di poesia.

di Pietro Greppi – info@ad-just.it