La Panchina – Il senso delle cronache

di Pietro Greppi

Che senso ha fare un servizio giornalistico su una tragedia usando le parole come a comporre una pagina di un libro giallo o di un romanzo di appendice? Eppure è quello che fanno sempre più spesso “certi autori” che potete osservare al lavoro semplicemente usando qualunque tasto del telecomando: sono i giornalisti di ogni testata che, da inviati fanno a gara per raccogliere e ritrasmettere la lacrima, lo sguardo allucinato da un evento tragico, la disperazione di una perdita. Insistono morbosamente proprio quando intercettano una persona affranta dal dolore facendo domande talmente idiote che quando le senti vorresti che gli si trasformassero in dolorosi nodi sulla lingua. Se il “malcapitato” li menasse parteggeresti per  lui.

Ma loro stanno lavorando e interpretano a modo loro il diritto/dovere di cronaca come fossero sempre inviati di guerra anche quando si tratta di render conto di un gatto rimasto fuori dalla porta. Si muovono con la costante speranza di poter trovare qualcosa di drammatico da rilanciare “in studio” assecondati dall’altro giornalista (quello in studio) che magari ha fretta perché deve dare il tassativo quindi … sbrigati a trovare il gatto …  potrebbe essere morto … chiediamolo ai vicini … quando lo avete visto l’ultima volta? Il tono della voce, la faccia contrita e l’incedere verso il luogo dove “risiede” la notizia devono dare un senso di triste partecipazione.

Credo lo insegnino da qualche parte. Che tristezza! È anche stupefacente anche un altro fatto che considero un collaterale del sistema dell’informazione di oggi: le persone, anche le più semplici e anonime si trasformano in un istante in interpreti consumati appena il giornalista cacciatore di scoop, qualunque scoop, gli mette il microfono a disposizione. Anni passati davanti alla tv non sono stati vani. Il corso formativo gratuito, quotidianamente impartito dal tubo catodico prima e dal plasma ora, ha fatto il suo sporco lavoro: ha reso tutti capaci di sostenere l’emozione delle “domande in diretta” e di rispondere perfettamente a tutte. Perché sono facili da ricordare e sono sempre quelle … e le risposte anche … perché cambiarle?! È allora arrivato il momento di dimostrare che sai: le vittime? le ricordi bene. Vediamo allora: erano solari, brave, non si meritavano questo, studiose, lavoratrici, … Com’è andata? A che ora trasmettete? Su che canale? Siamo in diretta. Ah!

E in quei momenti capisci che il cerchio si è chiuso. Il sistema ha prodotto dei mostri, di qua e di là dello schermo, che “finalmente” si sono incontrati.