Le prime 500 Università del mondo: il ranking ARWU 2016

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di Carlo Carli  (Laboratorio di Marketing)

E’ stata recentemente pubblicata la classifica 2016 di ARWU, cioè dell’Academic Ranking World Universities che dal 2003 definisce annualmente, attraverso un complesso e rigoroso metodo di rilevazione e di valutazione, quali sono le 500 università più qualificate del mondo. Si tratta di un’interessantissima fotografia della situazione universitaria mondiale; fotografia che si anima come un film quando vengono messe a confronto le classifiche di un anno con quelle degli anni precedenti, poiché mettono in evidenza non soltanto le entrate e le uscite dalle classifiche sia delle università sia dei paesi di appartenenza, ma mettono in evidenza anche le posizioni guadagnate e le posizioni perdute in classifica. Il che si farà elaborando i dati storici che riguardano l’Italia.

Ma vediamo ora cosa dicono i dati ARWU 2016. Sono 44 i paesi da cui provengono le 500 università più qualificate, ma oltre la metà di esse proviene dai primi quattro paesi classificati, e cioè: USA (con 137), Cina (con 47), Germania (con 38), UK con (37). L’Italia si trova all’ottavo posto nel ranking mondiale fornendo 19 università al pari del Canadà, ma preceduta anche da Australia (con 23) e Francia (con 22). Gli stessi dati ARWU dicono che delle prime 20 università della graduatoria mondiale: 15 sono degli USA, 3 dell’U.K., 1 della Svizzera e 1 del Giappone. In particolare le prime cinque università sono, nell’ordine: Harvard, Stanford, Berkeley, Cambridge (UK), M.I.T., cioè quattro USA e una inglese.

Non vi è nessuna università italiana nelle prime 100 posizioni del ranking ARWU, mentre ve ne sono 2 (Roma Sapienza, Padova) nelle posizioni fra100 e 200, ve ne sono 6 nelle posizioni fra 200 e 300 (Pisa, Milano, Torino, Bologna, Firenze, Milano Politecnico), 4 nelle posizioni fra 300 e 400 (Napoli Federico2°, Pisa Normale, Pavia, Milano Bicocca) e sette nelle posizioni fra 400 e 500 (Palermo, Roma Tor Vergata, Perugia, Ferrara, Parma, Salerno, Milano S. Raffaele).

La situazione che appare statica con i dati fotografici del 2016, come già accennato più sopra, si anima e diviene avvincente quando gli stessi dati vengono rapportati a quelli del 2015. Innanzitutto si rileva come nel 2016 i paesi cui appartengono le 500 top università sono 44 mentre nel 2015 i paesi erano 42; ciò perché un paese (Ungheria) non è entrato nella classifica 2016 mentre ne sono entrati tre (Rep Ceka, Croazia, Estonia).

Vi è un turnover anche fra le prime venti università classificate nel 2016 rispetto a quelle del 2015: infatti, all’uscita dell’università di S. Francisco (USA) corrisponde l’entrata dell’Università di Tokio (Giappone). Inoltre perdono un posto in classifica cinque università USA (M.I.T., California, Columbia, Chicago, Pennsylvania), a vantaggio di altrettante università che quel posto lo guadagnano: Berkeley (USA), Cambridge, Oxford e College London (U.K.), Zurigo (CH). Vi sono movimenti anche fra le prime cinque università perché il M.I.T nel 2016 è sceso di due posizioni poi occupate da Berkeley (USA) e Cambridge (UK).

Vi sono da registrare non pochi aumenti nel numero delle università entrate nella classifica 2016 nei confronti di quelle già presenti nel 2015: infatti, con 3 università aumenta l’Australia, con 2 università aumentano Nuova Zelanda e Portogallo, con una sola università aumentano Malesia, Russia, Svizzera (oltre alle new entry di Rep. Ceka, Croazia, Estonia). Ma va segnalato in particolare l’aumento di 10 università da parte della Cina, il che ben si concilierebbe con il contemporaneo esplosivo incremento dei suoi brevetti registrati nel 2016, come risulta da altra ricerca. Ma nel 2016 vi sono ovviamente da registrare anche le contemporanee diminuzioni nel numero di università da parte dei seguenti paesi: USA che perdono ben 10 università, Ungheria e Giappone ne perdono 2; Austria, Canadà, Cile, Corea Sud, Finlandia, Germania, Israele, Italia e Spagna ne perdono una soltanto.

Vi sarebbe infine da aggiungere che tutti i movimenti sopra elencati espressi in termini di numero di università apparirebbero certamente più marcati se venissero espressi in termini di punteggi, cioè in termini di posizioni nella graduatoria generale da parte delle stesse università (assegnando 500 punti all’università prima classificata e un solo punto all’università classificata all’ultimo posto). Infatti, ne risulterebbero avvantaggiati i paesi aventi università posizionate nelle parti superiori delle classifiche mentre ne risulterebbero svantaggiati i paesi aventi università posizionate nelle parti inferiori delle medesime classifiche. Ad esempio: l’Italia nella classifica 2016 fondata sui punteggi scende dall’ottavo posto all’undicesimo posto.

La vivace e intensa dinamica sin qui riferita a paesi ed università, sia pur basata sul confronto fra le risultanze di due soli anni, consente di immaginare il film che si ricaverebbe se si ponessero a confronto le classifiche ARWU 2016 con tutte quelle degli anni precedenti a partire dal 2003: ciò darebbe la possibilità di evidenziare ignoti fenomeni di rilevantissimo interesse.

Al fine di fornire un esempio di quel che potrebbe scaturire da una serie di confronti pluriennali, si ritiene opportuno riferire -in una succosa sintesi- le risultanze dell’analisi 2003-2016 condotta sulle classifiche ARWU riguardanti il nostro paese.
Si prende l’abbrivo riferendo che dal 2003 al 2016 le università italiane entrate nelle classifiche ARWU sono state complessivamente 29. Di queste soltanto 14 sono sempre risultate incluse in dette classifiche mentre le rimanenti 15 hanno avuto una presenza limitata o saltuaria nel tempo. Inoltre risultano non più presenti nella classifica 2016 delle top 500, le seguenti 10 università: Genova, Torino Politecnico, Bari, Milano S. Cuore, Siena, Cagliari, Trieste, International S.A.S., Catania e Trento. Sono invece entrate nel 2016 due università: Salerno e Milano S. Raffaele. Infine, hanno fatto registrare una presenza limitata le seguenti Università: Pavia (assente nel 2012), Parma (assente nel 2007 e nel 2013), Milano Bicocca presente soltanto a partire dal 2010.

Il numero delle università italiane presenti almeno una volta nella classifica ARWU ha presentato una evidente tendenza riflessiva (erano 22 nel 2003 sono 19 nel 2016) che fa prevedere una loro ulteriore riduzione a 18 entro il prossimo lustro; riduzione che – molto probabilmente – colpirebbe una delle università in coda nelle classifiche ARWU.

Ma la riduzione più rilevante è quella che riguarda i punteggi (in complesso erano 4.255 nel 2003, sono 3.100 nel 2016), cioè le posizioni nelle classifiche ARWU. Infatti, se si rapportano i punteggi conseguiti nel 2016 ai punteggi conseguiti nel 2003 si ottengono le seguenti percentuali di perdita: del 27,1% in totale; fra il 60-70% per le università di Perugia, Ferrara, Palermo, Roma Tor Vergata; fra il 30 e il 50% per le università di Napoli Federico 2°, Milano, Pavia, Parma; fra il 10 e il 30% per le università di Roma Sapienza, Firenze, Pisa, Bologna, Milano Politecnico. Variazioni positive si hanno invece per le università di Pisa Normale (+100%), Torino (+11,1%), mentre l’università di Padova registra un’invarianza fra il 2003 e il 2016.

Altre analisi, che qui si omettono per brevità, consentirebbero di tracciare i percorsi, o meglio la ragnatela delle strade seguite da ciascuna università attraverso le classifiche annuali.
Ad ogni buon conto i sopra riferiti risultati dell’analisi storica concernente le università italiane, consentirebbero di affermare come l’intero sistema universitario del nostro paese stia affondando lentamente come nelle sabbie mobili. Lo dimostrano sia la progressiva eliminazione delle università nazionali dalle classifiche ARWU, sia il progressivo slittamento delle università nelle posizioni inferiori delle stesse classifiche. Il che significa come le università italiane siano decisamente meno competitive di quelle degli altri paesi.