Il Bugiardino – Imitare i buoni esempi. Prima, durante e dopo i pasti.

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“Che cosa bisogna fare dunque per indurre gli uomini alla virtù? 

Insegnare loro a trovarla bella e a stimare quelli che la praticano. Un vantaggio molto considerevole, per uno Stato così costituito, è che i male intenzionati non vi hanno alcun potere per realizzare i loro oscuri intrichi e che il vizio non vi può fare in nessun modo fortuna …”

dal “Discorso sull’economia politica” di Jean Jacques Rousseau.

di Pietro Greppi

Pietro Greppi
Pietro Greppi

Questa frase di Rousseau vedetela pure come una “medicina” per diventare virtuosi. Una pillola i cui ingredienti sono “svelati” e indicano la chiave del cambiamento necessario alla nostra società per ritrovare il senso della convivenza civile.

Imitare ed invitare ad imitare solo buoni esempi non mi sembra una cosa complessa! Ma è un esercizio che oggi capita di vedere raramente e comunque con scarsi mezzi e altrettanta scarsa convinzione.

Se manca l’esempio manca l’ispirazione, questo i creativi lo sanno, e il mondo della comunicazione, grazie alla sua abitudine alla pervasività e alla reiterazione, può fare molto in questo senso e “dovrebbe” addirittura impegnar visi, soprattutto perché ormai è diventato necessario. Ne abbiamo la conferma ogni giorno.

Il tema è quello della responsabilità individuale, quasi banale da descrivere nella sostanza e forse per questo ignorato, sottovalutato e dimenticato.

Ma come si forma la responsabilità individuale? Anche qui non ci vuole una laurea per capirlo. Fin dalla nascita apprendiamo e formiamo il nostro comportamento per imitazione. Prima imitiamo i nostri genitori, da cui apprendiamo linguaggi e gesti, poi comunque assorbiamo un numero via via più grande di segnali e stimoli, che ci giungono da ogni dove e che trasformiamo nel nostro modo di essere, ognuno il suo, ma ognuno mediando e rielaborando tutto ciò con cui entra costantemente in contatto.

Ogni strumento di comunicazione e ogni persona trasmette “messaggi” che influiscono sulla “media” che ogni individuo fa fra tutto quello che riceve e che trattiene come propria dotazione personale. I media poi, lo sapete tutti, agiscono ormai capillarmente reiterando stimoli che inevitabilmente si aggiungono a quella “media” che ognuno fa.

Pensare a questi aspetti è importante perché alla fine, tutti, “siamo quello che assimiliamo”.

Da ciò deriva che i comunicatori, volenti o nolenti sono corresponsabili in tutto questo, e possono decidere di esserlo in senso positivo. Soprattutto riflettendo sul fatto che la ripetizione, tipica della comunicazione commerciale, è come fosse una sottolineatura. E ciò rende evidente che scegliere cosa sottolineare è al contempo una responsabilità e una scelta.

Usare i “buoni esempi” per formare persone migliori, più consapevoli e maggiormente responsabili non è poi così rivoluzionario, ma è certamente utile e auspicabile che avvenga, a patto che non si banalizzi la questione.

Per esempio, non è un buon esempio l’uso di un testimonial i cui pregi siano spesso unicamente quelli di essere noto per essere apparso spesso e, solo in virtù di questo, pagato per affermare determinate caratteristiche di un prodotto. Questo è più un inganno che altro, che produce il risultato di essere imitato nella parte più spregevole: l’inganno appunto.

Non è un buon esempio la rappresentazione mediatica di personaggi che, occupando addirittura ruoli istituzionali, costantemente contravvengono alle regole della società in cui vivono o si distinguono per lo scarso rispetto che dimostrano nei confronti di chi comunque li guarda e li ascolta. Esercizio che spesso viene reso anche più deleterio definendo tali personaggi addirittura VIP.

Non è un buon esempio l’uso che viene fatto dei media stessi per dare spazio a rappresentazioni poco edificanti.

Non è un buon esempio diffondere giochi virtuali basati su guerre e violenze.

Non è un buon esempio neppure lo sportivo che dice di nutrirsi di certi alimenti che tutto sono tranne che adatti ad attività sportive.

Se il marketing è una disciplina che studia come incidere sulle scelte di un individuo, sarebbe necessario chiedersi anche (e soprattutto) cosa abbia influito sulla qualità della formazione etica di ogni professionista di quella disciplina. Gli stessi strumenti e le stesse logiche possono infatti essere usati per scopi nobili, come no. Ad ogni comunicatore quindi la libertà di decidere, ma ad ognuno anche la responsabilità delle proprie scelte.

Chi comunica, in qualunque contesto, sa, e in cuor suo comunque spera, che trasmettere messaggi produce sempre un risultato: come minimo contamina il ricevente con nuovi stimoli. Chi li riceve li interpreta secondo la propria formazione. E una cosa è certa: qualunque sia il messaggio ricevuto e qualunque sia l’elaborazione che ne viene fatta, nulla sarà come prima che quel messaggio arrivasse.

La frase di Rousseau potrebbe quindi aiutare a comunicare cose migliori per formare persone migliori, riflettendo di più, leggendola e rileggendola, prima, durante e dopo i pasti, come fosse un antidoto alle contaminazioni quotidiane. Proviamoci.

Pietro Greppi

Consulente per la comunicazione etica e fondatore di Scarp de’ tenis

Fondatore di GESTO – Laboratorio per la realizzazione del Linguaggio universale non verbale

Per entrare in contatto con l’autore: info@ad-just.it