L’idea del Garante: Whatsapp e le altre chat paghino la rete

I social network fanno affari ma non risarciscono le aziende di Tlc che hanno investito per la diffusione di internet e telefonia. E così Agcom propone un pedaggio e nuove regoledi Gianni Avanzi

Internet sarà anche gratuito ma le reti hanno un costo e le compagnie di telecomunicazioni che le hanno installate a proprie spese. Per questo motivo in Italia Whatsapp e gli altri social potrebbero dover pagare un canone d’affitto. Una misura che, oltre a demolire il tabù un po’ romantico della rete per definizione “libera e gratuita”, rischia concretamente di aver ripercussioni anche sui conti delle aziende coinvolte e, di riflesso, anche sugli utenti.

Il Garante ci sta pensando

Per ora non è un diktat ma solo una considerazione tra le righe dell’indagine sui “Servizi di comunicazione elettronica”: secondo il Garante per le Comunicazioni (l’Agcom) Whatsapp, Telegram, Messenger, Viber e le altre applicazioni per comunicare godono di un doppio privilegio perché svolgono il proprio business sfruttando le infrastrutture – siano le reti mobili, fisse o satellitari – create e potenziate spesso da altre aziende private e usando le numerazioni telefoniche dei clienti che le compagnie comprano a proprie spese dallo Stato. Ebbene, secondo l’Authority le applicazioni dovrebbero pagare un pedaggio “per l’uso dei beni altrui” come nel caso del passaggio sulle reti per il quale potrebbe essere previsto un pedaggio da concordare con le società di tlc.

Le conseguenze per gli utenti

Nella sua relazione, però, Agcom avverte: nessuno se ne approfitti. Il dossier infatti auspica che il pedaggio per il transito sia “equo, proporzionato e non discriminatorio”: in altre parole, le società di tlc non potranno prendere per la gola le applicazioni dal momento che le più fragili tra queste rischierebbero di estinguersi o potrebbero evitare il mercato italiano. Oppure ancora riversare i costi sugli utenti, che oggi usano le app per le chat in modo pressoché gratuito. Ma c’è di più, perché per compensare le app il Garante starebbe pensando di consentite loro anche di offrire nuovi servizi a pagamento da pagarsi direttamente attraverso il credito telefonico degli utenti. Insomma, un’ulteriore modifica alle regole di un mercato che negli ultimi anni si era sempre più liberalizzato e soprattutto ai danni dei grandi colossi delle telecomunicazioni. E per garantire sempre più il rispetto della privacy di chi le utilizza, le app dovrebbero dotarsi di un “titolo abilitativo”, una sorta di lasciapassare che imporrebbe agli operatori del settore di adeguarsi alla legislazione sulla riservatezza e, secondo informazioni di stampa circolate nelle ultime ore, di aprire un call center in italiano per tutte le richieste e le proteste degli utenti.