Cairo pronto alla scalata di Rcs Mediagroup: l’ipotesi per ora piace solo ai mercati

Dopo l’annuncio dell’offerta pubblica di scambio, il patron de “La 7” incassa i primi no degli azionisti “big”. Ma in Borsa il titolo Rizzoli “vola”: sarà il dopo Agnelli? 

 

Claudio Micalizio
Claudio Micalizio

di Claudio Micalizio

Urbano Cairo diventerà il nuovo azionista di maggioranza del Corriere della Sera? Il balzo in avanti dell’imprenditore piemontese, che venerdì 8 aprile aveva annunciato l’intenzione di lanciare un’offerta pubblica di scambio per la scalata al gruppo Rcs Mediagroup, pare stia già allarmando i giornalisti dello storico quotidiano di via Solferino e avrebbe addirittura indisposto alcuni soci storici del gruppo editoriale ma, ad oggi, potrebbe anche rappresentare l’unica soluzione – almeno a breve termine – per supplire all’uscita di scena della famiglia Agnelli, annunciata poche settimane fa.

Scambio di azioni e “senza soldi”

Se i mercati hanno accolto con favore la proposta lanciata dall’editore piemontese (lunedì 11 aprile il titolo del gruppo Rizzoli ha dominato la giornata borsistica di Piazza Affari con un guadagno del 29,79%) la sortita di Urbano Cairo sta già dividendo la platea degli azionisti a cominciare da quelli più in vista: Mediobanca, Unipol, Diego Della Valle e Marco Tronchetti Provera hanno fatto sapere di ritenere “troppo bassa” l’offerta che si basa su uno scambio azionario (la proposta prevede 0,12 titoli del gruppo editoriale del patron del Torino per ogni azione di Rcs), non mette in campo soldi freschi e mancherebbe di una vera strategia di rilancio, a cominciare da possibili sinergie tra Corriere, Gazzetta dello Sport e “La 7”. Il poker di investitori eccellenti, quindi, non solo non aderirà alla proposta formulata dall’editore televisivo per ottenere il controllo del 100% delle azioni ma starebbe preparando anche una controproposta nel tentativo di disinnescarne l’avanzata. Da parte sua, il manager ribadisce di non voler provocare scossoni in seno alla compagine azionaria: “La nostra è un’operazione di mercato e non un’Opa ostile – ha confermato in un’intervista a Radio Rai Urbano Cairo -. Vogliamo tenere dentro i vecchi soci per beneficiare con me degli eventuali introiti di Rcs una volta ristrutturata. La valutazione proposta per il gruppo Rizzoli è di rilievo: se si vede il controvalore sono 285 milioni, che aggiunti ai 487 milioni di debito del gruppo fanno quasi 770 milioni. Se togliamo i 90 milioni di Rcs libri, già ceduta a Mondadori, si arriva a quasi 700 milioni. Se tenete conto che il gruppo l’Espresso, con Repubblica e una rete di giornali locali, capitalizza in Borsa 370 milioni e senza debiti, a conti fatti stiamo valutando Rcs quasi il doppio”.

I dubbi degli altri azionisti e della redazione

Ma, come anticipato, l’offerta del tycon piemontese è già stata accolta da perplessità, critiche e scetticismo. Alcune ragioni sono di natura squisitamente finanziaria e riguardano nel merito l’operazione (l’offerta formulata venerdì scorso è stata liquidata come “non congrua nè sul lato del capitale, nè sul lato del debito”) e la solidità stessa del gruppo che la propone, nella convinzione che Cairo si sia “lanciato in un’impresa più grossa di lui”. Ma stando ai rumors che circolano in via Solferino, a gettare perplessità sull’iniziativa vi sarebbero anche questioni di mera immagine: i quattro grandi soci fanno sapere “che non esistono barriere ideologiche né un pregiudizio” nei confronti dell’imprenditore ma poi in realtà, stando alle indiscrezioni, potrebbe rappresentare fonte di imbarazzo anche il fatto che a salvare il prestigioso colosso dell’editoria possa essere un “self made man”, percepito ancora “di provincia” (Cairo è originario di Masio, nell’alessandrino, e ha costruito il suo impero editoriale dal nulla, dopo l’esperienza come venditore in Publitalia) e peraltro “senza una specifica esperienza nell’editoria quotidiana”. Gossip a parte, gli azionisti di Rcs hanno poche settimane per formulare la loro controproposta che dovrebbe essere formalizzata entro 20 giorni. Poi ci sono le perplessità, per ora sussurrate, dei giornalisti che già temono possibili tagli ai budget della redazione del più prestigioso quotidiano nazionale: il papabile editore, infatti, è noto per l’approccio oculato con cui è solito gestire le risorse finanziarie delle sue imprese e del resto in più di un’occasione ha ribadito la necessità di risanare i conti del Corriere anche andando a caccia di sprechi e privilegi tra le pieghe del bilancio. Una cura dimagrante già sperimentata in passato – e sempre con risultati positivi – come conferma anche la recente operazione di rilancio de “la 7” dopo l’acquisizione del canale televisivo da Telecom Italia.

Il ruolo di Della Valle

Per gli analisti, l’entrata in scena di Cairo – che oggi possiede in portafoglio il 4,616 per cento delle quote – potrebbe innescare una serie di reazioni a catena in seno a Rcs Mediagroup ma anche al panorama editoriale italiano: ad oggi, infatti, l’azionario di maggioranza è il gruppo Fiat Chrysler Automobiles (FCA) che detiene il 16,734 per cento delle azioni ma che recentemente ha comunicato l’intenzione di cedere il passo in seguito alla fusione fra il gruppo editoriale L’Espresso e Itedi, la società editrice che pubblica La Stampa e il Secolo XIX e che è controllata proprio da FCA. Stando alle valutazioni fatte dagli analisti, e riportate da alcuni quotidiani a cominciare proprio da Repubblica, l’offerta del patron de “La 7” riguarda almeno il 50 per cento più una delle azioni per un valore complessivo di circa 143 milioni di euro. Se Mediobanca (cui fa capo il 6,2% delle azioni) e Unipol hanno già fatto sapere di non voler aderire all’offerta, resta da capire cosa faranno per esempio Intesa San Paolo e gruppo Pirelli anche se potrebbe rivelarsi decisivo soprattutto Diego Della Valle che oggi vanta il 7,3% del gruppo: indiscrezioni circolate nelle scorse settimane riferiscono di contatti tra l’imprenditore calzaturiero e Cairo “ma senza esito” perché Mr. Tods avrebbe fiducia nel piano di rilancio proposto dall’attuale management di Rcs Mediagroup. Da parte sua, nell’annunciare l’offerta di scambio, la Cairo Communication ha già spiegato le proprie ambizioni: «creare un grande gruppo editoriale multimediale» poiché «Communication e RCS sono fortemente complementari e la loro combinazione consentirebbe di creare un gruppo diversificato che, facendo leva sull’elevata qualità dei propri prodotti editoriali nei settori news, periodici, sport e televisione, possa posizionarsi come operatore di riferimento nel mercato italiano».

Orfani della famiglia Agnelli

Di certo da quando Fca ha annunciato il proprio disimpegno dall’attività editoriale, Rcs Mediagroup è in cerca di nuovi mecenati disposti a investire in un gruppo che da tempo versa in grave difficoltà con oltre 400 milioni di debiti, frutto di investimenti rischiosi e di una gestione non sempre brillante. Nei mesi scorsi, il management ha varato un piano di risanamento (con la cessione di Rcs Libri a Mondadori, la chiusura di Gazzetta Tv e la cessione delle partecipazioni nelle radio del gruppo Finelco) che hanno permesso di fare cassa nell’immediato ma, in prospettiva, hanno limitato a Corriere, Gazzetta con i rispettivi siti e ad una manciata di periodici ogni speranza di rilancio sul mercato italiano. Una strategia che, dopo i primi consensi, sembra non convincere tutti e anche questo aspetto potrebbe rendere difficile l’ingresso in partita di nuovi investitori. L’altra ipotesi, però sinora sempre smentita dai diretti interessati, è che si possa arrivare alla fusione tra il quotidiano di via Solferino e “Il Sole 24 Ore” di Confindustria. Per quanto visto con diffidenza dagli azionisti più “nobili” dell’aristocratico salotto editoriale milanese, quindi, Urbano Cairo potrebbe davvero vestire i panni di uomo della Provvidenza.