TV. Gazzetta TV, bassi ascolti e poca pubblicita’: RCS Mediagroup rivaluta il progetto?    

Voci di chiusura per il canale lanciato lo scorso febbraio sul digitale terrestre: alti costi di gestione ma share deludente. Il dossier al vaglio dell’Ad Laura Cioli

di Claudio Micalizio

Per ora è poco più di un gossip, per quanto da una fonte – il quotidiano economico Milano Finanza – abitualmente attenta a rilanciare solo le indiscrezioni più attendibili. Rcs Mediagroup starebbe valutando la possibilità di chiudere Gazzetta Tv , il canale televisivo sportivo free acceso solo lo scorso febbraio sul digitale terrestre: la creatura fortemente voluta dall’ex amministratore delegato del gruppo editoriale, Pietro Scott Jovane, non sta raggiungendo gli obiettivi prefissati al momento del lancio e anche se nessuno, in via Rizzoli, aveva mai nascosto che l’investimento non avrebbe potuto essere “a perdere”, certo l’ipotesi di uno stop così repentino fa comunque scalpore.

I conti non tornano

Il bilancio di questi primi mesi non depone a favore del progetto e questo vale per qualunque voce si decida di esaminare. Per esempio, gli ascolti: lo share giornaliero medio è fermo allo 0,18%, molto lontano da quello 0,7% fissato inizialmente e soprattutto dall’obiettivo tondo dell’1% che Rcs Mediagroup, forse contando sull’impatto di credibilità e il possibile “traino” che il marchio della Gazzetta dello Sport avrebbe potuto garantire, si era prefissato di raggiungere entro i primi 18 mesi di vita dell’emittente. Ma a questo punto non tornano neppure i conti economici: sempre secondo le informazioni anticipate da MF, quest’anno la raccolta pubblicitaria del canale non dovrebbe superare i 6 milioni di euro, traguardo non all’altezza delle aspettative di un gruppo che nel progetto ne ha già investiti 10 e che tra il 2016 e il 2019 si era detto pronto a immetterne altri 55. Ma il nuovo amministratore delegato di Rcs Mediagroup, Laura Cioli, adesso si starebbe arrovellando proprio su questo dilemma: posto che per i noti problemi di bilancio la società non può permettersi ulteriori perdite rispetto a quelle registrate con le attività tradizionali in Italia e in Spagna, ha senso investire così tante risorse in un progetto che, nonostante tutti i buoni presupposti e al netto di qualche problema di copertura del segnale in alcune zone della penisola, non decolla e, anzi, rischia di rivelarsi improduttivo almeno a medio termine? La scelta per la manager non è facile, anche perché Gazzetta Tv è di fatto una delle ultime eredità del suo predecessore e cancellarla potrebbe riaccendere i malumori tra gli azionisti del gruppo. Senza contare i danni di immagine che uno stop anticipato alle trasmissioni potrebbe avere per la credibilità stessa del quotidiano di cui il progetto è esplicita emanazione. Cosa fare? I rumors che arrivano dagli studi del canale in via Rizzoli a Milano sono molteplici e alcuni davvero fantasiosi: l’ipotesi più suggestiva è che il canale, che oggi è frutto della partnership editoriale tra la redazione della ‘rosea’ e la società Infront, possa essere dato in gestione ad un’altra società di produzione esterna, una sorta di fornitore di contenuti, che in autonomia – pur sotto la direzione del capo progetto Claudio Arrigoni – garantirebbe continuità “on air” al brand Gazzetta TV, valorizzando laddove possibile le sinergie editoriali con i giornalisti del quotidiano ma riducendo sensibilmente i costi di gestione.

Le cause della debacle

Ma a quanto pare gli azionisti di Rcs Mediagroup vogliono prima capire i motivi della defaillance del canale: è sbagliata tout-court l’idea di fare una rete televisiva così concepita o forse è necessario rivedere il team di lavoro che la sta portando avanti? Nel board del gruppo editoriale non tutti sono d’accordo sulla diagnosi. Anche perché, oltre al brand Gazzetta dello Sport, il progetto sulla carta aveva molti punti a favore a cominciare dalla numerazione LCN al 59, cioè appena dopo le due reti sportive della Rai e prima di Sportitalia che è al 60: un posizionamento evidentemente lontano dai benefici dello zapping casuale, tipico dell’ascoltatore medio, ma in un raggruppamento interessante se ci si orienta verso il target degli appassionati. Eppure, come già evidenziato, gli ascolti di Gazzetta Tv non sono esaltanti se raffontati agli share medi di RaiSport 1 (0.53% nel primo semestre 2015), RaiSport 2 (0.25%) e leggermente superiori rispetto alla stessa Sportitalia (0.08%) che però sembra in leggera ripresa da quando, dopo la ripartenza del 2014 a seguito del fallimento, negli ultimi mesi ha iniziato ad occupare anche il canale 60, oltre al più disagevole 153. Certo, come per gli altri competitor, non mancano i guizzi di ascolto in coincidenza con i picchi di interesse sollecitati dall’attualità ma sono troppo effimeri per dare benefici in ricaduta. Anche perché, aspetto che i manager di Rcs Mediagroup evidenziano costantemente, Gazzetta Tv ha un limite: a causa dei costi ingenti dei diritti, non ha particolari esclusive da offrire ai suoi telespettatori (della serie A italiana, per esempio, può trasmettere solo gli higlights concessi dalla Lega Calcio) e anche gli eventi sin qui proposti non hanno avuto effetti strabilianti se si pensa che la stessa Copa America, presentata come un grande successo in una nota dell’ufficio stampa del gruppo editoriale, ha portato gli ascolti attorno allo 0,35% nelle 24 ore.

Condannati a share da prefisso telefonico?

In realtà i più critici, anche all’interno di Rcs Mediagroup, evidenziano come l’impossibilità di trasmettere i grandi eventi rischi di essere un alibi più che un handicap vero e proprio: se in teoria una tv molto “parlata” in studio proprio perché senza immagini può essere penalizzata (e questo nonostante siano stati arruolati tra conduttori e opinionisti nomi del calibro di Gene Gnocchi, Enrico Bertolino, Alessio Tacchinardi, Nicola Berti, Giuseppe Galderisi e Giuseppe Cruciani) è anche vero che il mercato televisivo italiano offre da anni la riprova di come sia possibile riempire ore di palinsesto senza uno straccio di esclusiva né ospiti straordinari, probabilmente con share maggiori e di certo con costi molto più contenuti, come confermano i successi di format storici in onda su emittenti cosiddette “minori” del Digitale Terrestre, da TeleLombardia in avanti. Ma c’è anche chi è convinto che, ormai, il mercato sia saturo e che, essendo impossibile crescere ulteriormente, sia già un risultato significativo riuscire a conquistarsi una nicchia da difendere con i denti. Riflessione, questa, che pare confermata da una ricerca condotta recentemente dal sito “Calcio & Finanza”: esaminando gli ascolti tv di 130 partite di serie A disputate sino a fine novembre, la testata ha certificato come, nel duopolio a suon di esclusive tra Sky e Mediaset Premium, il primato degli ascolti ad oggi vada a Inter-Juventus del 18 ottobre (seguita 3,35 milioni di spettatori) ma anche che nelle prime 13 giornate di questo campionato ci sono state quattro match con meno di 6 mila persone davanti alla tv e ancora che le dieci gare meno seguite della stagione hanno racimolato meno di 20 mila spettatori. E se a questo si aggiungono i dati Auditel relativi agli altri canali sportivi che non hanno i live come valore aggiunto, si scopre per esempio che “Premium Sport Hd” mantiene una delle più alte share con la media dello 0,5%.