Editoria, la crisi non è ancora finita: 2 miliardi di perdite per gli 8 big del settore 

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Da Mediobanca la fotografia sullo stato di salute di carta stampata e digitale: vendite e pubblicità in calo, peggio di noi solo la Spagna

di Claudio Micalizio

A voler essere ottimisti, potremmo dire che per gli analisti la crisi sta allentando la presa. Ma l’editoria italiana resta ancora in mezzo al guado. I dati dello studio presentato dall’ufficio studi di Mediobanca sono eloquenti: nonostante tagli cospicui alla forza lavoro, il giro d’affari tra il 2010 e il 2014 è calato da 5,9 a 4 miliardi di euro. Il dossier monitora le prestazioni dei primi 8 gruppi editoriali, che da soli valgono circa il 70% dei ricavi del settore: Rcs, Mondadori, Sole 24 Ore, Class, Caltagirone, L’Espresso, La Stampa e Monrif. Seppur ancora pesante, però, sembra che la crisi tra il 2013 e il primo semestre 2015 stia lasciando intravvedere cenni di miglioramento: se non propria una ripresa, la tendenza pare confermare un’attenuazione della gravità con perdite di gestione che si riducono e costi in progressiva riduzione.

Tra i fattori di crisi il calo della pubblicità

Il principale fronte di difficoltà per le imprese del settore editoriale è ovviamente la contrazione del mercato pubblicitario. Il report di Mediobanca certifica che dal 2010 al 2014 i ricavi pubblicitari sono calati del 41,2%, con un -95,2% per il gruppo Mondadori ad un estremo (il dato però viziato dall’integrazione in Fininvest della raccolta), mentre perde il 19,6% il gruppo Class cui va però il primato delle perdite sul fronte dei ricavi da diffusione, visto che il gruppo che edita Milano Finanza e Italia Oggi in cinque anni ha perso il 48,3% in 5 anni. Tra gli altri gruppi da segnalare il -6,2% invece per il polo Monti-Riffeser che edita il ‘Quotidiano nazionale’, protagonista di un -6,2% in edicola.

Una tendenza comune ad altri paesi europei

In generale, rivela il centro studi di Mediobanca, si sta assistendo ad una riorganizzazione dei ricavi: mentre la diffusione passa dal 35,9% al 43,6%, la pubblicità scende dal 35,2% al 30,9%. Andamento analogo a quello registrato dalla World association of newspapers and new publishers, che a livello globale nel 2015 registra un calo del 13% della raccolta pubblicitaria per i soli quotidiani, a fronte di un +2% dalle vendite su un totale di 179 miliardi di euro, e molto simile in particolare a quello dei principali Paesi europei.

Il digitale cresce ma non troppo

Internet in tutte le sue declinazione si conferma il mercato emergente anche se, per le testate che nascono sulla carta stampata, il digitale non riesce comunque a riequilibrare il drammatico e continuo calo dei lettori: secondo i dati dell’Associazione stampatori italiani giornali, solo nell’anno 2014 si sono perse 400mila copie al giorno passando da 3,6 a 3,2 milioni (-12%) mentre dal 2010 il calo è del 29,8% (in Europa fa peggio solo la Spagna -37,5%). Ragionando in termine di copie diffuse: nel periodo sotto osservazione, per i giornali editati dagli 8 gruppi si è scesi da 2,8 a 2 milioni di copie giorno. Anche in questo ambito qualche nota beneaugurante c’è: l’anno scorso si è registrato un aumento dei giornali on-line (all’incirca 180mila in più) ma il saldo resta negativo e per quanto riguarda i quotidiani nazionali sono state vendute al giorno 435mila copie digitale (il 23,7% del totale).

Male l’Europa, “tira” l’Asia

E fuori dall’Italia? Mentre come accennato in Europa il calo continua (-21,3% in 5 anni), l’Asia appare in forte controtendenza e con un incremento in doppia cifra (+32,7% dal 2010) il saldo globale è positivo: +16% di giornali venduti dal 2010 e +6% nel 2014. Tanto che, dice lo studio di Mediobanca, nove dei 10 giornali oggi più letti al mondo sono indiani, cinesi o giapponesi con l’unica eccezione di Usa Today. Tra le prime 50 testate, invece, si trovano soltanto tre quotidiani europei: uno tedesco (Bild) e due britannici (The Sun e Daily Mail).

Gli effetti sull’occupazione

L’Italia maglia nera nella diffusione dei quotidiani (solo il 36,6% di noi legge un quotidiano: siamo penultimi, prima degli spagnoli) e nei ricavi pubblicitari si traduce inevitabilmente in pesanti conseguenze sul piano occupazionale: in 5 anni hanno perso il posto di lavoro negli otto gruppi editoriali presi in esame ben 4.800 persone (-26,6%) e a farne le spese sono giornalisti ma anche tipografici e amministrativi. Ma anche con questa sforbiciata sulle spese di gestione, i conti non tornano e la redditività netta è ovunque un problema: Rcs dal 2010 ha perso 1.154 milioni (di cui il 63% legato alle svalutazioni degli attivi immateriali: ad esempio il valore dato alle testate che il gruppo possiede in Italia e Spagna), seguita da Mondadori (-260 milioni), Caltagirone (-197 milioni), il Sole 24 Ore (-180 milioni), La Stampa (-92 milioni), Class (-63 milioni), Monrif (-37 milioni) mentre guadagna solo il gruppo L’Espresso (+145 milioni). A conferma di come qualcosa però stia cambiando il fatto che tra 2013 e 2014  anche La Stampa e Mondadori hanno visto un ritorno a risultati positivi, mentre gli altri gruppi hanno avviato un percorso di riduzione delle perdite. Ma, in complesso, il peggio per l’editoria italiana non può ancora dirsi alle spalle.