“Diritto all’oblio”: il Garante della Privacy contro Google

Nonostante la sentenza della Corte di Giustizia Europea, migliaia di richieste di cancellazione dalla rete sono state rigettate. Ma chi si rivolge all’Authority italiana può farcela

di Claudio Micalizio

Google non vi cancella dalle pagine web sui cui resta traccia delle vostre gesta, comprese quelle non proprio edificanti? Chiedete aiuto al Garante della Privacy: ad un anno e mezzo dalla sentenza della Corte di Giustizia Europea sul diritto all’oblio, l’Authority italiana ha già accolto una cinquantina di ricorsi presentati da persone comuni, personaggi pubblici e liberi professionisti che non volevano lasciare traccia di sé in rete specie se per vicende legate a disavventure giudiziarie. In realtà la sentenza del tribunale internazionale con sede a Lussemburgo imporrebbe proprio al motore di ricerca l’onere di rispondere alle richieste di rimozione dei link alle pagine web che contengono il nominativo del richiedente che rivendica il proprio diritto all’oblio. Ma nei fatti pare che la società di Mountain View non abbia accolto migliaia di domande e, talvolta, non abbia neppure fornito risposta al richiedente. Ebbene, secondo quanto scrive l’agenzia di stampa Agi, chi si è rivolto al Garante per la Privacy a mo’ di ricorso ha già ottenuto risposta al suo appello: almeno cinquanta i casi accolti all’autorità italiana e altri dieci sono ancora in fase di valutazione. Davvero una mimima parte rispetto alle migliaia di domande rigettate da Google: in circa un terzo dei casi definiti, il Garante ha accolto le richieste degli interessati ordinando a Google la rimozione dei link a pagine presenti sul web che riportavano dati personali ritenuti non più di interesse pubblico, informazioni spesso eccedenti, riferite anche a persone estranee alla vicenda giudiziaria narrata, o lesive della sfera privata. In tutti gli altri casi, invece, l’Autorità ha respinto le richieste ritenendo che la posizione di Google fosse corretta e questo perché risultava “prevalente l’interesse pubblico ad accedere alle informazioni tramite motori di ricerca”: si trattava, infatti, in prevalenza di vicende processuali di sicuro interesse pubblico, anche a livello locale, spesso recenti o per le quali non erano ancora stati esperiti tutti i gradi di giudizio e i dati personali riportati, tra l’altro, risultavano trattati nel rispetto del principio di essenzialità dell’informazione. Se dunque l’intervento del Garante non garantisce l’accoglimento della richiesta, per chi vuole “scomparire dalla rete” può rappresentare comunque un grimaldello nei confronti del motore di ricerca americano i cui vertici non hanno mai accolto con entusiasmo la sentenza della Corte Europea.