Dino Zoff, quando incontri una leggenda

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Un campione di poche parole

di Francesco Pira

Incontrare Dino Zoff in Friuli non è come incontrarlo in altre parte d’Italia. Qui è nato, esattamente a Mariano del Friuli nel 1942. Qui tutti lo amano. I suoi compagni di scuola, i suoi amici d’infanzia, ed è avvolto da un affetto e un calore che sono difficilmente descrivibili.

Goal a Grappoli 2015 Francesco Pira e Dino Zoff (640x360)[1]

Tutti hanno capito che Dino Zoff è cambiato. Ora parla, racconta, narra della sua incredibile vita da Campione del Mondo. Pare che il merito sia dei nipoti, che cita spesso e per i quali ha scritto il libro “Dura solo un attimo la gloria” (Mondadori) dove racconta la sua vita. Lo incontriamo a Cormons in provincia di Gorizia. Qui è cresciuto Bruno Pizzul, il popolarissimo telecronista Rai. Entrambi sono “Profeti in Patria”. A distanza di pochi chilometri tra le province di Udine e Gorizia sono nati personaggi di successo del calcio. Qui sono cresciuti Enzo Bearzot o Fabio Capello. E la lista è lunga se mettiamo insieme calciatori e arbitri.

Dino Zoff  torna spesso a Mariano, ma quando lo chiama il suo amico Bruno Pizzul, va anche a Cormons a Goal a Grappoli la manifestazione che da 6 anni racconta storie di sport in modo originale nell’accogliente zona del Collio dove si produce anche un vino buonissimo.

Non è facile far parlare Dino Zoff. In tanti ci hanno provato. In pochi ci sono riusciti. Ma in Friuli lui si lascia andare. E poi da quando è nonno è come se volesse consegnare qualcosa ai nipoti, qualcosa che rimanga per sempre.

Riusciamo a farlo parlare per la prima volta in assoluto di come è nato il silenzio stampa: era l’anno 1982. C’era stato un deludente girone eliminatorio e gli Azzurri ai Mondiali non parlavano più con i giornalisti. Enzo Bearzot ha chiese a Zoff di affrontare lui i cronisti. Per gli altri le bocche si sarebbero dovute cucire. Un articolo de “Il Giorno” aveva fatto adirare Rossi e Cabrini scrivendo che dormivano “come moglie e marito”. E quando Ciccio Graziani scalpità perché voleva parlare, Marco Tardelli ammonì: “il silenzio porta fortuna”.

E così l’uomo di poche parole Dino Zoff è chiamato a fare il portavoce della Nazionale. “Beh non è andata – ci racconta – proprio come scrivono i giornali. Era un brutto periodo. I giornalisti sparavano su Enzo Bearzot, il nostro Commissario Tecnico, ogni giorno. Forse erano adirati perché lui li correggeva quando facevano le citazioni in latino, sbagliando. Lui aveva fatto il liceo e sapeva come dire e cosa significavano quelle frasi. Si è toccato a me parlare non è stato facile ma io ho cercato sempre di dire il necessario, mai il superfluo come ho sempre fatto nella vita”.

E anche Bruno Pizzul conferma che una volta ad un cena organizzata dalla Juventus l’avvocato Gianni Agnelli lo invitò a fare un discorso e lui parlò per un minuto e mezzo, appunto, dicendo il necessario. E l’avvocato con il suo stile inconfondibile chiese al portierone: “Ma lei Zoff dove ha studiato?”.

Dino Zoff ha una sorta di banca dati infinita dentro la sua testa. Basta trovare i file giusti.

Una volta mio padre venne a vedere una partita di calcio. Presi un goal veramente stupido. Alla fine mi chiese perché quell’errore così banale. Risposi che non me l’aspettavo. E mio padre mi fece presente che non facendo di mestiere il farmacista invece dovevo aspettarmi quel tiro”. Ed ancora di quella volta in serie A che fischiarono un rigore contro la sua squadra. L’allenatore lo chiamò e gli disse: Dino occhio a quello che tira, la butta sulla destra. “Io volevo tuffarmi a sinistra, ma ascoltai il mister. L’attaccante tirò a sinistra, avrei potuto parare quel dannato rigore…ancora mi viene da inveire se ci penso”.

Il vagone dei ricordi è pieno. Era commissario tecnico della Nazionale e Bruno Pizzul e Fabio Capello, erano per la Rai il telecronista ed il commentatore tecnico. Criticarono Zoff e le sue scelte. L’allenatore a fine partita li vide passare dagli spogliatoi. “Voi due per tornare a casa nei vostri paesi non passate da Mariano…Perché potreste fare una brutta fine…”

Non è diverso da come te lo immagini Dino Zoff anche se lo hai visto soltanto nelle figurine Panini. E’ una persona perbene. Un vero galantuomo. Per anni chi come me ha tenuto nella sua stanza da ragazzo il poster con la maglia della Nazionale ha immaginato che dietro i suoi silenzi si nascondesse chissà che cosa…

Qualche volta – ci spiega Zoff recuperando anche un concetto espresso nel suo libro –ho perso, più spesso ho vinto, ma questo non è così importante. Mi hanno chiamato mito, monumento leggenda. Le mie mani sono finite in un francobollo commemorativo firmato da Guttuso. Ho giocato a scopone con Sandro Pertini, scherzato con Karol Wojtyla, viaggiato con Gheddafi, mi sono confidato con Gianni Agnelli. Ho conosciuto ladri, poeti, eroi, capi di stato, bancarottieri e alcolisti“.

Ripete che due uomini hanno cambiato la sua vita: “due uomini veri, quelli dritti e silenziosi come mio padre, Gaetano Scirea ed Enzo Bearzot, amici, fratelli, esempi. Persone devote alla cultura del lavoro, alla serietà, consapevoli anche loro che tutto passa, tranne la soddisfazione e la serenità di chi ha fatto il proprio dovere fino in fondo…”

Il Campione del Mondo, il Commissario Tecnico della Nazionale, l’allenatore, il più grande portiere italiano di tutti i tempi è un uomo semplice. Ha deciso per sempre di non avere più una parte attiva nel calcio. Nemmeno se gli arriva una di quelle proposte irrifiutabili da terre lontane. “Ho la mia età. Ho chiuso per mia decisione, forse anche per decisione di altri. E’ un capitolo chiuso il calcio”.

Ma le leggende come lui rimangono per sempre. Si, per sempre. Anche se Dino Zoff ci sorride e precisa: “Non mi sento Gesù Cristo…e poi sono partito in svantaggio per la mia timidezza”. Poche parole, il necessario… mai il superfluo.