8 marzo 2015

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di Claudia Ronchetti *

Claudia Ronchetti

Pioggia di mimose , cioccolatini a forma di cuore. Cuori –fiori- donna. Eppure l’8 Marzo dovrebbe essere la data per una commemorazione tragica: una strage di operaie che rivendicavano i loro diritti a condizioni di lavoro accettabili. Niente a che fare con la festa. Niente a che fare con la mamma o gli innamorati. Un frullato di dolcezze e attenzioni comprate all’angolo della strada, niente di più. Mimose dovunque, cui per giunta sono allergica. Sovente coincide con le prime manifestazione di rinite stagionale. Non regalatemi mimose, quindi, mi fanno stare male.

Se pensiamo alle nostre esistenze quotidiane, cosa ci rimane? In tasca una manciata di conquiste sociali, tra le mani e sulle spalle la delusione di essere relegate comunque nel serraglio costruito per le nostre libertà (quote rosa dovunque). La nostra primavera si trasforma in una melensa e dolciastra bevanda che procura nausea.

Chissà come, il mio sogno va al rito iniziatico riservato alle giovani donne in alcune tribù pellerossa. Mentre l’uomo se ne va per tre giorni da solo con acqua e scarso cibo, quindi deve cavarsela per sopravvivere senza aiuto, la donna corre nella prateria senza voltarsi indietro fino a che il fiato glielo concede. Una corsa nella vita senza binari da seguire.

E noi invece con i nostri ghetti dal fiocco rosa, donne contro donne per catturare l’attenzione del padrone. Riunioni di donne scrittrici, gruppi sui social targati al femminile. Così nessuno ci ascolta, così sorridiamo e graffiamo. Donna contro donna ancora una volta, donne tra donne. Rifuggo con orrore da questa divisione che risulta umiliante e insensata.

Penso al lungo elenco di scrittrici morte suicide per il peso di reggere il rapporto con l’uomo, da Silvia Plath a Virginia Woolf , passando per Sarah Kane e per la vita devastata della nostra Alda Merini. Penso quindi al senso dei loro suicidi, al contesto in cui sono maturati e per associazione all’interessante libro, fra psicanalisi e leggenda, di Clarissa Pinkola Estes (psicoterapeuta statunitense specializzata in etnologia), “Donne che corrono con i lupi”.

La dimensione selvatica della donna che, se disconosciuta e relegata in cantina, diventa l’arma che la uccide, attraverso la mano di un uomo o della donna stessa. Il mondo pullula di Barbablù e di stanze da non aprire per non scoprire gli orrori che Barbablù può riservarci.
Il rapporto tra la psiche dell’uomo e quella della donna, la violenza che ne può scaturire e la reciprocità fallita, sono stati elementi dominanti nei miei libri, per diversi anni. Tanto da domandarmi se l’emancipazione femminile, non debba passare in primo luogo attraverso la civilizzazione del maschio.

Ma voglio lasciare il campo dell’ analisi sociale a favore di un brano scritto d’impulso in occasione della morte di Demis Roussos, nel vedere un vecchio video di quando, giovane, interpretava WE SHALL DANCE.
Un brano con dentro i sintomi del malessere femminile di oggi e la voglia di rompere con i clichè. Ho pensato anche che forse il rapporto fra sessi è stato migliore di quello che noi oggi conosciamo. Chissà! Erano i lontani anni ’70.

UNICA E QUALUNQUE. Apro gli occhi dal sonno malato, apro gli occhi di donna stanca di figli, di vecchi, di storie e veleni – stanca di vita, stanca di fatica e prigioni in cantina. La pace del niente- la pioggia di sole – coperte di nuvole calde. Tane stanche, tane coccole o profumo di dolci.

La corsa nel vento lontana quanto il tempo della gatta selvatica. Apro gli occhi assonnati e malati che aspettano il turno per un sonno profondo “we shall dance, we shall dance”… più profondo, che somiglia a un morire qualunque, per niente importante. Ero ancora un’idea tra le tante, irreale, irrequieta e sognante, “we shall dance” mi ha chiamato sulla terra. Sono nata per ballare questa danza, senza remore, senza ritrosie. Sono nata nel fuoco, con la vita nel corpo affamato dei quattro elementi. Sono nata unica, sono nata qualunque.

Strappo la ragnatela che mi cuce le palpebre. Apro gli occhi, sento male alle gambe, sento un cuore che pulsa come può di paura e nevrosi- sento -sento, forse sento”, ma che diamine!
“Voglio fare l’amore” e che andiate a dormire e che andiate a morire, voi del tunnel con rotaie sconnesse con le tristi stazioni malate di fumo e di Anne Karenine, voi e le colpe che amate infarcire di bocconi golosi e di mazzi di fiori, voi assassini di maschi bambini, prigionieri dei lager di madri avvizzite e feroci.

* Claudia Ronchetti è laureata in filosofia teoretica, ma da quasi vent’anni dedica tutta se stessa alla narrativa. Molti titoli, fra romanzi e racconti, portano la sua firma. ” E’ considerata iniziatrice del giallo psichiatrico e non solo, incarna alla perfezione lo spirito di frontiera. La narrazione del vissuto femminile è uno dei suoi temi ricorrenti, ma si tratta solo di una breccia attraverso cui l’autrice scava nel mondo, senza preoccuparsi di sporcarsi le mani con la violenza, la psicosi, il sesso”.
http://www.claudiaronchetti.it

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