Perché tanti selfie? Una ricerca svela che…

“Mente e social media: come cambia l’individuo?”A questo quesito ha provato a rispondere l’incontro promosso dalla Fondazione Ibsa per la ricerca scientifica insieme all’Università Cattolica per discutere l’impatto di tali tecnologie nelle nostre vite e, soprattutto, affrontare il tema se esse abbiano un ruolo, o meno, nel modificare la nostra individualità. L’incontro si è svolto presso l’Università Cattolica a Milano e ha visto la partecipazione di Silvia Misiti, Direttore di Fondazione Ibsa, Gianni Riotta, Kate Davis e Giuseppe Riva, con la moderazione di Pierangelo Garzia.

Un aspetto rilevante dei social media riguarda il tipo di vissuti emozionali ed aspettative che riponiamo in essi. Ma che tipo di emozioni nutriamo noi italiani verso i social media?

“In Italia – dice Giuseppe Riva, docente di Psicologia della Comunicazione e Psicologia e Nuove Tecnologie della Comunicazione presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, autore di “Nativi Digitali” (Il Mulino) – abbiamo una relazione più affettiva con il mezzo tecnologico, pensiamo a quanto lo smartphone sia lo strumento principe per andare su internet e come diventi il centro della nostra vita affettiva/relazionale. Il social diventa l’equivalente virtuale dei luoghi di aggregazione del passato, facilitato dal fatto che ognuno può disporre di questo “luogo virtuale” a casa propria, o da qualsiasi parte si trovi. Facebook – aggiunge Riva – risponde alla natura degli italiani, in particolar modo per la sua funzione di connessione affettiva e rassicurante”.

Giuseppe Riva è anche autore, con il suo team di collaboratori, di una ricerca originale su un fenomeno diffuso ormai in modo virale, riguardante per l’appunto l’identità, che è la pratica dei selfie.Selfie

“Un selfie – spiega Riva –  è da considerarsi differente da un semplice autoscatto, il quale non prevede la componente social della condivisione, e anche da un self-shot, termine che nel contesto dei nuovi media è arrivato a identificare le fotografie di se stessi a tema erotico. Vista la diffusione dei selfie, e il grande interesse che essi suscitano presso l’opinione pubblica, la stampa specializzata internazionale ha cercato spesso di approfondire il fenomeno, cercando di comprendere la sua natura, il suo significato e le sue conseguenze”.

Da questo assunto ha preso forma una ricerca (riferita al periodo agosto – ottobre 2014) svolta su 150 partecipanti (35% maschi, 65% femmine), con età media di 32 anni, che hanno completato un questionario sui dati anagrafici, uno sul loro utilizzo di social media, sull’attività del selfie e sulle motivazioni associate ad esso e il questionario Big Five Inventory per la misurazione dei tratti di personalità.

I risultati hanno evidenziato che, per quanto riguarda gli scopi riconosciuti all’attività del selfie sono soprattutto “far ridere e divertire gli altri” (39%), “vanità” (30%) e “raccontare un momento della propria vita” (21%). Quanto ai motivi per cui le persone si fanno i selfie, emerge che se li fanno non tanto per esprimere come sono o come si sentono (identità, aspetti interiori) bensì per raccontare agli altri con chi sono, dove sono e cosa stanno facendo(aspetti esteriori).

Quando al differente approccio di genere, le donne si fanno notevolmente più selfie degli uomini, e risultano più interessate alle motivazioni interiori (“mi faccio selfie per mostrare come sono e come mi sento”). Inoltre, affermano di sperare maggiormente di ricevere commenti positivi dagli amici sui social network, e anche di temere maggiormente di ricevere commenti negativi dagli altri.

Infine, dal lato emotivo e caratteriale, le persone che si fanno selfie, rispetto a coloro che non se li fanno, appaiono significativamente più estroverse (ovvero più socievoli ed entusiaste, caratterizzate da elevate capacità sociali) e più coscienziose (ovvero più caute e capaci di controllarsi, con la tendenza a pianificare le proprie azioni piuttosto che ad agire di impulso). Inoltre, essere molto estroversi si associa a un maggior utilizzo dei selfie per mostrare agli altri “come ci si sente”, mentre essere molto coscienziosi si associa al non essere particolarmente interessati ai commenti degli altri ai propri selfie, positivi o negativi che siano. Da ultimo, il tratto del neuroticismo o instabilità emotiva (tipico di persone che tendono a provare emozioni negative come rabbia e tristezza, sovente diffidenti nei confronti degli altri) si associa significativamente all’essere particolarmente preoccupati dalla possibilità di ricevere commenti negativi.

Ma quali sono le differenze tra l’Europa e gli Stati Uniti riguardo alle nuove tecnologie e alla dimensione social? Secondo il giornalista e scrittore Gianni Riotta, grande utilizzatore del web e dei social media, autore di “Il web ci rende liberi?” (Einaudi), tra i relatori dell’incontro, già docente di comunicazione a Princeton e residente a New York, “ci sono grandi differenze quando si parla di sviluppo e tecnologia in generale. La cultura USA è in generale più aperta al cambiamento, fiduciosa verso la tecnologia, più modernizzante: pensiamo ad esempio all’irruzione dello shale gas nel mercato energetico o alla accettazione degli OGM negli States, e pensiamo invece alle barriere e alle paure che molte innovazioni sollevano in Europa”.

“La società italiana sta rallentando – prosegue Riotta – l’Italia ha paura dell’innovazione, va online ma non utilizza il web con lo stesso atteggiamento di ricerca che si riscontra all’estero – ricerche internazionali ma anche nazionali da anni mostrano una predilezione italiana per i social network (e soprattutto per FB rispetto a Twitter ad esempio, fatta eccezione per i giovani che prediligono Twitter e Whatsapp). Se usiamo il web in modo intelligente abbiamo accesso a una tecnologia che apre possibilità e per questo è affascinante. Dobbiamo ricordarci però – conclude Riotta – che dietro alla tecnologia ci sono le persone: pensiamo al successo di alcuni personaggi, come lo stesso Papa Bergoglio, per la forza del loro messaggio e la capacità di fare engagement”.