Vizi Pubblicitari- Abbigliamento irriverente, alias volgare ed offensivo

di Federico Unnia

Federico Unnia
Federico Unnia

Serpeggia l’Isis anche nella becera pubblicità di provincia. Uno spot aggressivo, diretto, e come tale ritenuto volgare ed offensivo per i contenuti che veicolava. L’ha chiusa così il Presidente del Comitato di Controllo la partita nei confronti del telecomunicato “Salvata da morte certa – incredibile! Guardate come!”, relativo a ‘Pakkiano, l’abbigliamento irriverente’, della casa di abbigliamento Goghen di Stefano Cicagna, diffuso su YouTube nel luglio  scorso e ritenuto manifestamente contrario agli artt. 9 – Violenza, volgarità, indecenza – e 10 – Convinzioni morali, civili, religiose e dignità della persona – del Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale.

Il video, volto a promuovere una marca di abbigliamento che si definisce “l’abbigliamento irriverente”, mostra scene che alludono alla lapidazione di una donna. Quest’ultima, coperta da un niqab, mantello nero che lasciava scoperti solo gli occhi, era riversa a terra davanti ad un gruppo di uomini con il capo coperto secondo l’abbigliamento arabo. Questi inveivano contro di lei e i sottotitoli del discorso pronunciato dal capo del gruppo sottolineano che: “Siamo qui riuniti oggi per giustiziare questa infedele”, “state pronti”, “prendete le pietre”, “lapidatela!”. Le mani si tendevano su un cumulo di pietre, ma all’improvviso un uomo intimava loro di fermarsi “non potete ucciderla, veste Pakkiano”, a quel punto nel gruppo si spargeva una voce di approvazione, la donna si toglieva il mantello e ballava insieme ai presenti, vestita con un paio di shorts di jeans e una maglietta bianca con la scritta: “sono ancora vergine”.

Secondo il Comitato di Controllo, una simile comunicazione, per i contenuti che evocava, anche drammaticamente attuali, si poneva in aperto contrasto con il dettato dell’art. 9 del Codice, per il quale «la pubblicità non deve contenere affermazioni o rappresentazioni di violenza fisica o morale..». 

Benché il video si concludesse smorzando i toni della realtà, in modo quasi caricaturale, permaneva, a detta del giudice autodisciplina, nello spettatore la sensazione di turbamento provocata dal contesto e dai contenuti veicolati: “giustiziare questa infedele”; “prendete le pietre”, “lapidatela!”. Il messaggio offendeva altresì le convinzioni del pubblico per la gratuità del riferimento ad atti di barbarie, drammaticamente recenti, risultando altresì in contrasto con l’art. 10 che impone tra l’altro il rispetto “della dignità della persona in tutte le sue forme ed espressioni”, nonché di “evitare ogni forma di discriminazione” compresa quella fondata sulla razza o sull’origine etnica. Il messaggio costituiva, ad avviso del Comitato di Controllo, un’irresponsabile proposizione di un modello di comportamento degradante, lesivo di valori e sentimenti primari.