Se decidi di cambiare idea, non è una tragedia

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Perché devi cercare la tua strada, anche a costo di lasciare quella vecchia per quella nuova 

(estratto del quattordicesimo capitolo di “Mad in Italy, quindici consigli per fare business in Italia. Nonostante l’Italia.”, Giampiero Cito e Antonio Paolo, Rizzoli-Etas, 2012)

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Paolo Gensini era uno dei più bravi pasticceri della provincia di Firenze. Negli anni Sessanta i suoi clienti gli chiedevano di inventarsi nuovi gusti di gelato, nuovi pasticcini, nuove paste. Aveva tirato su, dal nulla, un’azienda che era un vero gioiello. Dopo molti anni passati a riempire coni con i desideri dei suoi clienti, ognuno differente dall’altro, pensò che era giunto il momento di cambiare strada.

Chiuse la sua pasticceria e fondò il brand di gioielleria Nomination, portando con sé solo il buono del suo lavoro precedente: non la capacità di inventarsi nuovi gusti ma quel semplice algoritmo di far sentire ogni cliente protagonista della propria scelta. Come aveva sempre fatto con un cono di gelato, creò un gioiello componibile sui desideri individuali di chi lo indossava. E quella fu la chiave del successo della sua nuova vita.

Chi lascia la strada vecchia per quella nuova, a volte, trova un’idea migliore. Ma il cambiamento, quello volontario, deve comunque essere gestito in modo da non incappare in un inevitabile fallimento delle aspettative. L’espressione inglese “change management” (che si può tradurre con “gestione del mutamento”) definisce un approccio strutturato al cambiamento negli individui, nei gruppi, nelle aziende e nelle società, che rende possibile la transizione dall’assetto attuale a uno successivo desiderato. Il concetto di “cambiamento” è spesso usato nei contesti professionali come sinonimo di transizione ma possiede un significato più generico. La parola transizione, invece, proviene da un contesto scientifico.

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In genetica per esempio, la transizione è un tipo di mutazione, mentre in fisica indica il passaggio di un sistema da uno stato a un altro. Parlare di transizione invece che di cambiamento ci aiuta a prendere coscienza dello sforzo collegato alla volontà (o al bisogno) di trasformare una situazione esistente in una nuova e ci rende maggiormente consapevoli dell’importanza di definire lo stato della situazione corrente, gli obiettivi che desideriamo raggiungere e il percorso più conveniente per farlo.

Dal punto di vista individuale la transizione può essere considerata una nuova attitudine da acquisire o un comportamento da modificare in maniera netta. Dal punto di vista di un’azienda, questo passaggio può essere rappresentato da una nuova tecnologia da imparare a utilizzare (pensiamo al passaggio epocale tra il prima e il dopo l’invenzione della posta elettronica, del web o del file sharing) o da un nuovo assetto di processi da porre in atto, o ancora da un salto culturale da compiere al proprio interno o all’esterno.

In linea generale, perciò, un’organizzazione che desideri raggiungere i propri obiettivi ha bisogno di governarne al meglio la trasformazione. Tanto più grande e tanto più profondo è il cambiamento, tanto maggiori sono lo sforzo e l’attenzione necessaria per governarlo e indirizzarlo verso la meta.

Dalla prospettiva delle aziende, il change management include i processi e gli strumenti per gestire l’impatto umano di una transizione. Questi strumenti comprendono un approccio strutturato che può essere efficacemente utilizzato per realizzare, accompagnare e supportare il momento di svolta, aiutando l’impresa a gestire e governare la propria trasformazione. Il cambiamento può verificarsi per i motivi più svariati: un’intuizione che si presenta in un periodo particolarmente pronto a recepirla (vedi la Vespa progettata per Piaggio da Corradino D’Ascanio), circostanze impreviste e imprevedibili (come il raccolto di olive dei fratelli Carli), oppure per il rifiuto individuale di continuare a percorrere la stessa strada di sempre.

È questo il caso di Simone Bachini, produttore cinematografico di Aranciafilm, vincitore di David di Donatello, Nastro d’Argento e Ciak d’Oro con il film “L’uomo che verrà”, che racconta la tragedia della strage di Marzabotto. Simone era biologo molecolare presso l’Università di Siena quando si rese conto che se avesse continuato, un giorno ancora, a guardare dentro a un microscopio probabilmente sarebbe impazzito. La sua strada non era quella; non poteva essere quella.

Per lui la sana follia è stata riconoscere i segnali che arrivavano da dentro di lui. Quando senti che c’è qualcosa che non va è difficile andare avanti. Il suo modo sano di essere “mad” è stato comprendere quello che sentiva e rimettersi in gioco a 30 anni, partendo completamente da zero in un settore che non conosceva, se non per essere stato nella sala di un cinema come spettatore. Cambiare direzione è uno sforzo enorme, ma in certi casi è l’unica strada percorribile.

Una delle maggiori responsabilità del management di un’azienda è quella di identificare precocemente i cambiamenti rilevanti (le mutazioni) che si manifestano nell’ambiente interno ed esterno, e di avviare per tempo i programmi necessari ad accompagnarle o a contrastarle. È molto importante valutare anche l’impatto che le trasformazioni potranno determinare sul piano umano e sociale, su quello dei processi e su quello delle tecnologie.

Il management in particolare ha la responsabilità di prevedere le reazioni che si manifesteranno come conseguenza di queste trasformazioni, di varare perciò azioni/progetti adeguati ad accompagnare la transizione e di preparare il personale della propria impresa al nuovo assetto, favorendone l’accettazione del cambiamento. Pertanto i programmi avviati dovranno coinvolgere in profondità l’organizzazione, dovranno essere monitorati nella loro efficacia e, se necessario, aggiustati.

La partecipazione all’interno di un’organizzazione non può essere intesa soltanto come un esercizio di disciplina (anche se a volte è necessario che lo sia), ma anche come condivisione, ossia la proposizione di una visione e di una strategia che vengono costruite, spiegate e accettate come le migliori possibili per quell’azienda in quella data situazione e in quel dato momento.

Per consentire di raggiungere in profondità gli effetti desiderati, questi strumenti necessitano di essere integrati con una sufficiente comprensione del contesto storico, delle dinamiche interne all’azienda e al suo personale, e con un’analisi dei mercati e delle tendenze. Abbiamo già detto che per un imprenditore la decisione di cambiare il corso della storia della propria azienda è un momento difficile e potenzialmente doloroso ma, se accompagnato dal metodo e dalla lucida follia di seguire percorsi inediti e mai battuti, proprio come è accaduto a Paolo Gensini, a Simone Bachini, a Piaggio e D’Ascanio, il cambiamento può rivelarsi una fortuna. E magari si può scoprire che chi lascia la strada vecchia per quella nuova è possibile che trovi molto più di quello che ha lasciato.

MEMO

Il cambiamento non deve spaventare, anzi, a volte è l’unica via per rilanciare la vita di un’azienda. Il cambiamento deve, tuttavia, essere gestito imparando nuovi processi e innestando modifiche sostanziali nelle prassi consolidate.