Valorizza le tue idee cercando qualcuno che creda in te

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Perché sono molte le aziende cresciute grazie agli investimenti di chi ha creduto in loro 

(estratto del dodicesimo capitolo di “Mad in Italy, quindici consigli per fare business in Italia. Nonostante l’Italia.”, Giampiero Cito e Antonio Paolo, Rizzoli-Etas, 2012)

MAD_inItaly_cmyb“Chi ben comincia è a metà dell’opera”. È vero, ma è anche vero che spesso iniziare può essere un’impresa se non si trova qualcuno convinto che investire risorse sulle buone idee sia cosa buona, giusta e profittevole. In Italia, la maggior parte delle aziende nasce sulle fondamenta gettate da famiglie che, generazione dopo generazione, hanno investito su uno specifico ambito di business con l’obiettivo di farlo rendere nel tempo. Da alcuni anni, tuttavia, stanno moltiplicandosi le realtà nate grazie all’appoggio e al sostegno di soggetti pubblici e privati che si stanno attivando, principalmente sul modello americano, per spingere l’acceleratore su una nuova generazione di aziende e di imprenditori. I soggetti in questione sono essenzialmente quattro:

·                investitori privati individuali;

·                aziende di livello nazionale o multinazionali;

·                amministrazioni ed enti territoriali;

·                fondi di venture capital.

Sul fronte dei privati sta arrivando nel nostro paese una figura nata negli Stati Uniti alla fine dell’Ottocento tra coloro che finanziavano privatamente gli spettacoli teatrali di Broadway con l’obiettivo, neanche troppo celato, di fare affari piuttosto che teatro: il business angel. Gli “angeli custodi del business” sono prevalentemente ex titolari di impresa, manager, liberi professionisti con una capacità personale di investimento medio-alta e con un’alta propensione al rischio, che accettano di finanziare neonate attività imprenditoriali diventandone soci. L’obiettivo del business angel è quello di far crescere il valore dell’impresa finanziata affiancando con il proprio know-how il neoimprenditore in tutte le fasi relative al “primo miglio”.

La sfida è quella di investire in settori spesso innovativi e con un alto rendimento atteso, con l’obiettivo di realizzare nel medio termine (massimo cinque anni) delle plusvalenze dalla vendita, parziale o totale, della partecipazione iniziale. In Europa la capacità di investimento di un business angel è mediamente compresa tra 50.000 e 500.000 euro, mentre negli Stati Uniti un investimento può salire fino a 5 milioni di dollari. Secondo la rivista online Wired.it il miglior “angel investor” d’Europa è un italiano: Francesco Marini Clarelli, presidente di Italian Angel for Growth e vincitore nel 2011 del premio che indicava il migliore “angelo custode” europeo assegnato dall’EBAN, l’associazione europea dei business angel. Gli angeli degli affari aiutano i futuri imprenditori nella stesura del business plan e nella creazione dell’azienda, ma soprattutto vanno a caccia di idee innovative anziché investire in realtà già consolidate. Italian Angels for Growth, diretta da Marini Clarelli, è un’associazione nata nel 2007 che finora ha aiutato undici idee a diventare realtà con investimenti dai 200 ai 500.000 euro.

Tra i loro successi c’è ad esempio Yoox, società di e-commerce che nel 2009 è stata quotata alla Borsa di Milano. Anche grandi gruppi o multinazionali possono avere la volontà di creare attività di branding e promuovere il proprio marchio attraverso azioni di sostegno alle start-up. Ne è un esempio il progetto “Working Capital” di Telecom Italia che, dal 2009, fornisce a giovani talentuosi una serie di strumenti per tradurre idee in azioni concrete di business.

Negli ultimi anni, il progetto di Telecom Italia si è mosso alla ricerca di giovani studenti e ricercatori delle università italiane permettendo loro di mettere in pratica gli studi e sviluppare progetti di ricerca volti alla creazione di imprese innovative. Nel corso del 2011, in occasione dei festeggiamenti per il 150° anniversario dell’unità d’Italia, Working Capital ha dato vita alla campagna che ha preso il nome “Tour dei Mille” che, rifacendosi anche nella comunicazione visiva alla spedizione dei garibaldini in camicia rossa, dava spazio alla ricerca di mille giovani di talento e soprattutto innovatori per un nuovo risorgimento italiano. I progetti presentati non sono stati 1.000 ma 2.139, quattordici dei quali sono stati premiati durante le tappe del Tour, 150 sono entrati in finale e si sono contesi sedici contratti di ricerca e quattro finanziamenti da 100.000 euro per avviare una start-up, oltre a quattro premi speciali per nuove imprese.

Anche istituzioni o sistemi territoriali possono, nell’ottica di valorizzare e promuovere lo sviluppo di una regione o di un singolo comune, dare vita a enti preposti alla creazione di azioni strutturate di sostegno a nuove forme imprenditoriali. In questo caso poli tecnologici e parchi scientifici sono realtà che da alcuni anni stanno sorgendo sempre più frequentemente su tutto il territorio nazionale, proprio per configurarsi come “incubatori aziendali” per accelerare lo sviluppo di imprese attraverso una serie di risorse di sostegno e servizi, erogati direttamente o tramite una rete di contatti.

Attraverso un programma di business incubation, le probabilità che un’azienda neonata prolunghi la propria attività nel tempo, superando una fisiologica mortalità dei primi anni di vita aziendale, sale fino all’87%. Anche se i centri di ricerca e i parchi tecnologici hanno tra le proprie finalità quella di ospitare enti e soggetti privati già avviati, molti di essi ospitano validi programmi di incubazione. Ad esempio il Polo Tecnologico di Navacchio, in provincia di Pisa, è nato con lo scopo di creare i presupposti per la crescita di competitività sul mercato delle piccole e medie imprese, attraverso l’integrazione tra le esigenze di innovazione richieste dai mercati e l’offerta di conoscenze tecnologiche provenienti da centri di eccellenza e dal sistema della ricerca.

L’insediamento in un’unica sede di numerose imprese permette di raggiungere economie di scala per la gestione dei servizi di struttura e favorisce la collaborazione e la cooperazione tra le imprese stesse. Sul territorio del Friuli Venezia Giulia insiste, invece, Area Science Park, un parco scientifico e tecnologico multisettoriale, in cui operano 89 tra aziende e istituti pubblici e privati attivi nell’ambito della ricerca e dell’innovazione, con un fatturato complessivo di circa 182 milioni di euro. Il parco offre occupazione a oltre 2.300 persone che si occupano quotidianamente di settori come: scienze della vita, fisica, nanotecnologie, informatica, elettronica, telecomunicazioni, energia e ambiente.

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La percentuale di sopravvivenza delle nuove imprese nate nel parco scientifico, di cui circa 30 trovano in questo spazio anche la loro sede, è superiore al 90%. Per comprendere come l’efficienza di un parco tecnologico si riverberi anche sulla vita di chi ci lavora, è emblematico quanto scritto (immaginiamo senza troppi filtri) sullo stato del profilo Facebook di Gabriele Persi, social media manager dell’Area Science Park, al termine di una giornata lavorativa: “Donna, 60 anni, dipendente pubblica: alle 19:22 è ancora in ufficio a lavorare, sempre col sorriso. Dalle 8.00 am.

E non parlate di eccezioni, perché ci sono anch’io, anche se sto andando via. L’eccezione qui non sta nelle persone, ma nell’ente. Tanto per esser chiari :-)”. Tuttavia, quando l’investimento a sostegno della start-up è ingente e non c’è interesse diretto né di una grande azienda né da parte di uno specifico territorio, possono entrare in gioco fondi di venture capital il cui investimento è caratterizzato da una fase di sviluppo di idee di impresa o società appena costituite e da una fase di affiancamento costante all’azienda finanziata.

Il tasso di rendimento dei fondi di venture capital nel periodo che va dal 1980 al 2004 si è assestato mediamente intorno al 27%. In determinati momenti storico-economici si verificano dei picchi di rendimento che solitamente anticipano di circa un anno le cosiddette “bolle” speculative dei mercati finanziari. Negli ultimi trent’anni abbiamo assistito a tre picchi: alla fine degli anni Settanta (picco dei software), alla fine degli anni Ottanta (picco delle biotecnologie), dalla fine degli anni Novanta all’inizio degli anni Duemila (avvento ICT e Internet). Molte realtà legate all’information technology sono nate grazie a operazioni di venture capital, ma per fare funzionare un progetto bisogna avere il coraggio di sostenerlo.

Si parla frequentemente di “fuga di cervelli”, a volte anche a sproposito. Oggi l’Italia, per il suo intrinseco appeal, non solo deve potersi permettere negli anni a venire di trattenere i suoi migliori talenti ma anche di attrarre capitali di investitori esteri per far fiorire qui, dove sono nate la musica, la pittura e la letteratura, le aziende produttive di domani. Basta crederci, e avere il coraggio di investire nel futuro.

 MEMO

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