Ragiona in grande. Anche se sei piccolo

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Perché le piccole aziende con grandi idee possono sfidare i giganti

(estratto del settimo capitolo di “Mad in Italy, quindici consigli per fare business in Italia. Nonostante l’Italia.”, Giampiero Cito e Antonio Paolo, Rizzoli-Etas, 2012)

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Geppetto e Collodi erano entrambi due artigiani italiani che avevano ognuno un piccolo progetto da portare a termine: il primo di dare vita al proprio figlio, il secondo di dare vita al romanzo che avrebbe generato il suo successo. Entrambi partirono con mezzi di scarso valore: il primo un ciocco di legno, il secondo delle pagine bianche. Entrambi, seppure con alcune difficoltà, sono riusciti a realizzare il proprio progetto. Geppetto e Collodi erano due imprenditori di se stessi. Come loro in Italia ce ne sono tanti, anzi, diciamo che la colonna vertebrale dell’imprenditoria italiana sono proprio loro, le microimprese e le piccole e medie imprese. Perché, se la forza del nostro paese sono le idee, spesso ad avere un’idea, in Italia, non sono gli uffici ricerca e sviluppo delle grandi multinazionali ma quei “piccoli imprenditori” che, se avessero la capacità di investimento e di realizzazione di tutti i processi produttivi, potrebbero raggiungere lo status dei grandi brand o comunque diventare sinonimo di eccellenza. Nel settore della creazione di strumenti musicali, ad esempio, l’Italia è da sempre un’eccellenza. Da una piccolissima bottega di Cremona nacque il lavoro di un artigiano che riuscì nell’impresa di dare al suo prodotto il proprio nome, facendolo diventare un’icona che resta viva e acquisisce, anno dopo anno, valore. Antonio Stradivari tagliava, modellava, cesellava legno di abete rosso della Val di Fiemme. Attraverso questa materia prima faceva risuonare i propri violini, le proprie arpe, i propri violoncelli con una qualità che sarebbe passata alla storia. “Senti come suona questo Stradivari”, come alcuni secoli dopo sarebbe stato per “Senti come romba questa Ferrari”. Ferrari e Stradivari. Collodi e Geppetto. E anche Paolo Fazioli. Lui la passione per la musica ce l’ha sempre avuta; tanto da trasformare, negli anni, il mobilificio di famiglia in una fabbrica artigiana di pianoforti. L’azienda Fazioli, dalla fine degli anni Settanta, ne produce 120 all’anno, proprio a partire da quell’abete rosso della Val di Fiemme usato da Stradivari per i suoi violini. Così è riuscita a battere la concorrenza dei colossi mondiali. In un articolo del 2003, il settimanale economico inglese The Economist non aveva dubbi: secondo molti grandi pianisti, “il Fazioli” (ricordate “lo Stradivari” e “la Ferrari”?) è il miglior pianoforte del mondo.

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Fazioli non rappresenta comunque un caso isolato. Ma quanti sono, numericamente, questi “piccoli imprenditori”? Secondo i dati presentati da Dario Di Vico nel suo libro Piccoli. La pancia del Paese (Marsilio, Venezia, 2010), si tratta di quattro milioni di piccole aziende e otto milioni di partite Iva che rappresentano, per l’Italia, un patrimonio vitale.

La crisi ha moltiplicato gli outsider, reso più corta la coperta e ha lasciato senza voce non solo precari e disoccupati, ma anche artigiani, piccoli commercianti e professionisti. Da qualche anno in Italia vive, infatti, una Generazione Tuareg (Rubbettino, Soveria Mannelli, 2007). Questa è l’espressione che dà il titolo al libro scritto da Francesco Delzìo, ex direttore dei Giovani di Confindustria e oggi responsabile Relazioni esterne e Marketing di Autostrade. Il concetto proposto da Delzìo nasce dalla consapevolezza che la generazione dei 30/40enni italiani si trova ad affrontare una situazione mai vista prima: una svolta epocale che sancisce la fine delle certezze consolidate (posto di lavoro fisso, pensione sicura, crescita economica costante). Un vero e proprio deserto delle opportunità, dei punti di riferimento, dei valori, della capacità di dialogo, che si pone inaspettatamente di fronte alla generazione cresciuta sui valori promossi dalla televisione degli anni Ottanta: superficialità, iperindividualismo e iperconsumismo. Lo scenario e il contesto socioculturale in cui si innesta questo fenomeno di desertificazione è inquietante e deprimente. In Italia ci sono circa due milioni di persone che non studiano, non lavorano e non svolgono alcuna attività formativa. Poi ci sono i lavoratori precari senza un contratto a tempo indeterminato (sono 3 milioni e 700 mila, pari a circa il 16% della forza lavoro): vi sono inclusi i contratti a termine, i part time, i collaboratori e le partite Iva. I tuareg sono una popolazione che riesce a sopravvivere perché ha capito che la strategia vincente è quella di affrontare il deserto in gruppo. Se la nostra generazione si muove in solitudine rischia di venire inesorabilmente sconfitta dal deserto che ha di fronte. Dovremo riuscire a creare nuove reti di relazioni, rifiutando la lamentela e il pessimismo fine a se stessi e la precarizzazione dei nostri sogni. Anche il deserto offre delle opportunità: la principale è quella di poter costruire qualcosa da zero. Possiamo farcela se cambiamo e adeguiamo la mappa dei nostri valori puntando su flessibilità e capacità di muoversi da un ruolo a un altro, proprio come dei nomadi, forti delle proprie convinzioni e delle proprie buone idee.

Sui giovani e specialmente per la generazione dei 30/40enni che sta vivendo cambiamenti di tipo geopolitico, macroeconomico e nei linguaggi della comunicazione, è necessario un investimento a lungo termine. È la prima volta, dal dopoguerra, che una generazione corre un simile rischio se non si ha la capacità di rinnovare gli strumenti, i linguaggi e le classi dirigenti del nostro paese. Parlando con il presidente dei Giovani Imprenditori di Cna, Andrea Di Benedetto, è emerso come sia necessario costruire una nuova classe di “imprenditori della conoscenza”, che tendano a essere preparati alle logiche del management e a costruire un sistema di credito capace e pronto a investire per supportare le idee delle giovani generazioni che si affacciano al mondo dell’impresa. Per ogni piccola azienda che ce la fa a emergere sono molte di più quelle che invece soccombono sotto i colpi del mercato, della concorrenza spietata e spesso impari delle multinazionali, e della burocrazia che in Italia copre di piombo pesante le ali di chi vorrebbe fare decollare la propria idea. A volte un piccolo imprenditore con una buona idea tra le mani non può fare altro che lasciare l’Italia per tentare di cogliere opportunità che sullo stivale sono raramente concesse. Sono molti ad andarsene. Questo non fa notizia. Fanno notizia, invece, quelli che tornano. Uno di loro è il regista, produttore televisivo e animatore Iginio Straffi, nato a Gualdo, un comune in provincia di Macerata. Oggi è il presidente, oltre a esserne il fondatore, dello studio di animazione Rainbow, ed è noto soprattutto per essere il papà delle Winx. Proprio come Geppetto, proprio come Stradivari: la fortuna di Iginio sono state le sue mani. Perché si può essere artigiani intagliando il legno per ricavarne un burattino o un violino prezioso, oppure usarle per scrivere o disegnare personaggi che non esistevano prima. Iginio ha iniziato la sua carriera in Italia come disegnatore in diverse riviste e case editrici (è stato tra i disegnatori di Nick Raider, edito da Sergio Bonelli, altro grande imprenditore Mad). Successivamente ha preso la decisione di dedicarsi all’animazione e si è recato in Francia e in Lussemburgo dove ha lavorato in diverse produzioni cinematografiche. Una volta tornato in Italia, ha potuto mettere a frutto la sua esperienza fondando, nel 1995, Rainbow con lo scopo di produrre opere multimediali per bambini. Ha diretto numerose serie televisive animate fino al successo di Winx Club, la serie che in pochissimi anni è diventata un vero fenomeno mondiale. Il programma ha ottenuto un grande successo televisivo, soprattutto tra il pubblico femminile, in Italia e in molti altri paesi nel mondo. Le fatine Winx rappresentano un vero e proprio caso di scuola di merchandising dei personaggi di fantasia.

I piccoli hanno le stesse possibilità dei grandi. Ma solo se è grande la loro idea.

MEMO

Non serve essere dei colossi per raggiungere il successo imprenditoriale. Quello che conta è la capacità di finalizzare la propria idea. Se sulle prime troverai delle difficoltà, non scoraggiarti. In Italia come te ce ne sono milioni. Ma capita spesso che, tra questi, qualcuno riesca a emergere, proprio grazie alle sue capacità.