Trova il sistema di fare sistema

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Perché cercare collaborazioni può dare nuovo slancio alla tua idea

(estratto del sesto capitolo di “Mad in Italy, quindici consigli per fare business in Italia. Nonostante l’Italia.”, Giampiero Cito e Antonio Paolo, Rizzoli-Etas, 2012)

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“Dobbiamo fare sistema” è una frase che abbiamo sentito ripetere decine di volte nei numerosi convegni, eventi, workshop in cui ci siamo ritrovati a presentare e a diffondere il progetto Mad in Italy!. Un autentico tormentone ribadito a più riprese, il più delle volte da esponenti politici invitati ad aprire o chiudere convegni, da dirigenti della pubblica amministrazione, da rappresentanti di associazioni di categoria, che utilizzano ormai questa frase a effetto come un artificio retorico, un mantra vuoto a cui raramente seguono azioni e progetti concreti. Esempi li abbiamo vissuti anche direttamente quando, a margine di convegni ed eventi o altre occasioni di presentazione diretta di Mad in Italy!, ci siamo sentiti dire “questo progetto avremmo dovuto farlo noi, sarebbe stata una buona occasione per fare sistema”. Ma che cosa vuol dire in realtà fare sistema? Cosa è un sistema? Per sintetizzare quello che i vari dizionari dicono, è indicabile con il termine “sistema” tutto ciò che è costituito da più elementi interdipendenti, uniti tra loro in modo organico e integrato, senza che questa unione comporti la perdita delle caratteristiche peculiari dei singoli elementi. Una pluralità di singoli che entrano in connessione per eseguire in maniera più efficace (per tutti) una determinata azione. Questa accezione ci dice che un sistema è l’unione di più elementi (soggetti, parti, organi ecc.) e ci dice anche che questa unione si crea per raggiungere una finalità comune a tutti gli elementi. Ma non ci dice sostanzialmente come questi elementi uniti insieme operino e si integrino in maniera organica. O almeno non lo dice esplicitamente.

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È la relazione tra gli elementi a venire prima di ogni cosa e a determinare il valore e l’efficacia di un sistema costituito o in divenire. La relazione è molto più importante dei singoli termini che la determinano, ed è a essa che l’oggetto della conoscenza deve tendere. Fare sistema significa dunque attribuire centralità alle relazioni che si instaurano tra soggetti che hanno deciso di unirsi per determinare (e incrementare) il valore delle proprie attività. Le relazioni sono quindi il valore aggiunto e chi decide veramente di fare sistema deve partire dal presupposto che l’apertura e la condivisione, su cui le relazioni valorizzanti dovrebbero basarsi, migliorano l’attività di tutti i soggetti che ne fanno parte. Ognuno di noi, in questo momento storico, sta vivendo concretamente e avendo esperienza diretta dei vantaggi di un sistema centrato sulle relazioni, grazie alla comunicazione digitale e alla Rete. Oggi è impensabile parlare di sistema senza riferirsi alle recenti trasformazioni che la comunicazione digitale ha apportato nelle pratiche quotidiane: interagire, dialogare, informarsi, lavorare, coltivare interessi, fare impresa e molto altro ancora.

Trovare il sistema di fare sistema significa oggi per gli imprenditori italiani accettare le dinamiche aperte della Rete e della comunicazione digitale senza trincerarsi dietro ad anacronistiche e controproducenti chiusure difensive. Questo non vuol dire soltanto limitarsi a migliorare il proprio sito web o decidere di fare il proprio ingresso nel mondo dei social media. Significa molto di più, ossia fare proprio il concetto di rete accettando le sue logiche di apertura, partecipazione, co-creazione e condivisione trasparente della conoscenza. La strutturazione a rete è ormai diventata un modello descrittivo per rendere conto non soltanto del funzionamento della società contemporanea, ma anche un concetto pervasivo che tende a identificare come “rete” ogni sistema basato sulla relazione e la connessione tra elementi. Come fa notare Guido Di Fraia, nel primo capitolo di Social media marketing: manuale di comunicazione aziendale 2.0 (Hoepli, Milano, 2011), con il termine “rete” si indica qualsiasi sistema costituito da nodi interconnessi, e per quanto ormai sia immediato associare il concetto di rete a Internet, quello a rete è un modello strutturante per qualsiasi essere vivente tanto da poter affermare che “dovunque vediamo vita, vediamo reti”.

La strutturazione a rete non è nuova nel modo di agire e organizzarsi degli esseri umani, ma la differenza con le epoche passate sta proprio nell’ormai compiuto passaggio da logiche organizzative di tipo verticale e gerarchico a forme fluide, aperte, adattabili e orizzontali, rese possibili dall’incremento della velocità e dell’efficienza nella trasmissione e condivisione dell’informazione da un nodo a un altro del sistema. In altre parole, dall’aumento dell’efficacia della relazione tra i soggetti che costituiscono un sistema. Un’efficacia raggiunta grazie alla comunicazione digitale che ha sancito la trasformazione di Internet da rete di computer a rete di persone. Persone che dialogano, interagiscono, condividono, generano contenuti, quotidianamente, continuamente e in tempo reale, contribuendo a ridefinire equilibri sociali, logiche di potere, relazioni, esperienze, progetti che ormai sono collettivi e fondati su pratiche autenticamente cooperative. L’opportunità di fare sistema sfruttando le potenzialità della Rete, intesa come strumento e come modello organizzativo, l’ha indubbiamente colta, in maniera che potremmo definire pioneristica, Marco Boglione, imprenditore torinese, fondatore e presidente del gruppo BasicNet, proprietario dei marchi Kappa, Robe di Kappa, Superga, Jesus Jeans e K-Way.

Boglione ha creduto immediatamente nelle potenzialità dell’information technology e della Rete fin dal 1994 quando Internet in Italia aveva appena 200.000 utenti (nel mondo erano invece circa 20 milioni). Ecco come racconta nel suo libro Piano piano che ho fretta. Imprenditore è bello (Basic, Torino, 2009) l’esito di quella scoperta per lo sviluppo della sua idea di impresa: “Da lì in poi la vision era completa e chiara […] essere capaci di realizzare il nostro sogno forti della consapevolezza di poter sfruttare con largo anticipo uno strumento così potente. Il nostro vero cruccio era sempre stato quello: poter contare su una rete globale, affidabile e, soprattutto, a un costo proporzionato alle nostre dimensioni. Internet era tutto quello che ci mancava per partire per la nostra avventura […]”. La Rete dunque come modello di business dato che Boglione, a partire da quella illuminante e precoce folgorazione per Internet, ha iniziato a progettare una nuova struttura societaria internazionale del gruppo con l’obiettivo di ottimizzare l’attività di una rete di imprenditori che avrebbe operato in tutto il mondo con gli stessi prodotti e con la stessa missione. “C’era già tutto il modello di business di oggi: noi avremmo disegnato e realizzato le collezioni e ne avremmo curato l’industrializzazione attraverso delle trading companies da noi selezionate.

I licenziatari avrebbero acquistato i prodotti finiti direttamente dalle fabbriche riconoscendo alle trading companies una commissione per il servizio e successivamente una royalty a noi quando il prodotto fosse stato venduto a un negoziante del loro territorio. Parte di quelle royalties noi le avremmo poi spese in pubblicità nell’interesse di tutti. Pensavo che così facendo, cioè andando a vendere in giro per il mondo non delle magliette, ma una reale e concreta opportunità di fare impresa e di diventare imprenditori, saremmo riusciti in breve tempo a internazionalizzare il marchio Kappa che era il nostro primo obiettivo”. Ma la Rete da utilizzare anche come strumento dato che, come ebbe modo di dichiarare Boglione qualche anno più tardi (eravamo nel 1999), la sua non è un’azienda che vende Internet ma che lo usa per fare magliette e venderle in ogni angolo del pianeta. Un’azienda che possiede un “sistema nervoso digitale”.

Potremmo dunque sintetizzare così la descrizione di BasicNet: un’azienda a rete che offre opportunità di fare impresa e un’azienda che usa la Rete come strumento per gestire il flusso di informazioni e di conoscenza della sua struttura reticolare in modo condiviso, affidabile e veloce. La conferma a tutto questo l’abbiamo trovata in un interessante articolo di Dario Di Vico uscito sul Corriere della Sera che si intitola “Il Coraggio degli imprenditori della fabbrica accanto” (22 aprile 2012) e racconta molte storie di imprenditori italiani “Mad” che, grazie al loro coraggio e alle loro idee, sono riusciti a far fronte alla crisi economica che ancora perdura. E lo hanno fatto anche per merito della forza dell’economia di filiera e della logica dei distretti; modelli di business che hanno permesso a molte imprese italiane di fare fronte allo tsunami della crisi.

L’economia di filiera viene considerata l’italian way per reggere alla crisi, perché garantisce specializzazione continua assieme a flessibilità organizzativa. Per i distretti (che ciclicamente vengono bersagliati da guru che ne decretano ipocritamente la morte) parlano chiaro i numeri: “ben 25 distretti hanno superato i livelli pre-crisi, ovvero in piena tempesta (2011) hanno fatturato di più del 2008, quando è iniziata la tormenta”. Insomma filiere, distretti, reti organizzative sono tutte “storie di sistema” che dimostrano come il suggerimento che diamo a partire dal titolo sia la più efficace soluzione per gestire insieme i cambiamenti e fronteggiare le crisi, assumendo  al contempo il ruoli di partner e competitor.

MEMO

Le relazioni sono più importanti dei singoli elementi che le determinano. Apri il tuo progetto di impresa, rendilo trasparente e condiviso, stimola la partecipazione attiva di tutti i tuoi interlocutori privilegiati (collaboratori, dipendenti, comunità territoriali, consumatori), confrontati lealmente con i tuoi competitor. Fai tu sistema senza aspettare che il “Sistema” lo faccia per te.