Per una ricarica le foto del proprio giovane corpo

di Francesco Pira

C’è da pensare come noi esseri umani possiamo usare i nuovi mezzi tecnologici che abbiamo a disposizione per fare antichi mestieri. E’ vero i dati nazionali e internazionali ci confermano che il mercato del porno alimenta internet con buona parte dei ricavi. Ma quando a vendere il proprio corpo attraverso la rete è una ragazzina di quasi 13 anni per ricevere in cambio delle ricariche telefoniche… una paura incredibile ci assale. E non è un film o un racconto. Ma un fatto di cronaca, accaduto a Udine, nei giorni scorsi. Non è il primo caso e non sarà l’ultimo. Dalle ricerche che ho coordinato negli ultimi anni emerge con grande chiarezza che l’età dell’uso da parte bambini e dei pre-adolescenti del telefonino si abbassa giorno dopo giorno. Questo vuol dire che devono aumentare i controlli da parte dei genitori. Basta? Forse no. Perché alla ragazzina ingorda di ricariche basta andare a casa di un’amica o in un luogo pubblico per realizzare delle foto da rivendere poi a chi vuole comprare o ancor peggio far commercio di queste immagini. Che tristezza, che mancanza di rispetto verso se stessi. E non lo diciamo per falsi moralismi ma perché apprendendo queste notizie pensiamo subito a cosa può provare un genitore nell’apprendere situazioni del genere. Mi è capitato di intervenire in convegni come relatore con uomini della Polizia Postale che hanno puntualmente spiegato i rischi che si corrono a fare questo tipo di bravate. Mi è capitato di spiegare che una delle prime cose che dobbiamo usare, anche quando ci avvaliamo delle nuove tecnologie, è il buonsenso. Oggi è impensabile privare qualunque bambino della possibilità di accedere alle nuove tecnologie. Tutti hanno un videogioco, un cellulare, un profilo su Facebook, il tutto magari autorizzato dai genitori, che non sempre hanno la possibilità o il tempo di vigilare. Ed ecco che accade il patatrac. Accadono fatti che vanno “oltre”. Si oltre ogni immaginazione, oltre ogni possibile ipotesi, oltre anche la cronaca. Perché anche i cronisti che si trovano a scrivere di questi eventi sono in difficoltà. Soffrono nel riferire di una bambina, perché tale è una ragazzina di 13 anni, che decide il facile guadagno regalando il suo corpo a persone malate, che non rispettano il suo essere piccola e quindi fragile. Come in altre occasioni non condanno le nuove tecnologie ma l’uso che se ne può fare. Offrire il proprio corpo attraverso il web accelera soltanto un processo di per se negativo. Mette a disposizione un mezzo di chi vuole vendere il proprio corpo e di chi vuole comprarlo. Immagini scattate con l’incoscienza della giovane età e messe a disposizione di altri minorenni o di maniaci che hanno voglia di comprare quello che è vietato. Dentro di noi vince la rabbia per episodi che ci devono far riflettere. Che ci devono giorno dopo giorno responsabilizzare sempre di più e non gridare “al lupo” soltanto quando la cronaca ci restituisce un fatto così vergognoso e mortificante. In questi ultimi mesi mi è capitato di incontrare tanti genitori e di parlare con loro dei rischi e della potenzialità della rete. Alcuni erano molto consapevoli. Altri invece completamente all’oscuro. Ed ecco allora che dopo questi fatti occorre lavorare, come in altri paesi d’Europa, per informare quanto più possibile i più piccoli ed i loro genitori, che esistono questi mezzi e che possono essere usati senza un minimo di buonsenso. Non si può fermare il progresso, la ricerca, la crescita sociale. No non è questo il tema. Dobbiamo invece renderci conto che esistono dei punti di non ritorno. E questo caso lo è. Un caso limite per riflettere su quello che stiamo facendo e su quali sono le nostre responsabilità. Ognuno per la sua parte. Ad iniziare dai figli, per proseguire con i genitori e per continuare con i rappresentanti delle istituzioni e delle cosiddette agenzie formative e sociali. E’ ora di agire. Non più di lamentarsi o di allarmarsi. Quello lo abbiamo già fatto.

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