In pericolo di vita per la playstation

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di Francesco Pira

Si può rischiare la vita per la playstation? Si! E’ già successo. E facile che possa ancora accadere. Il caso più recente del ragazzo di sedici anni della provincia di Lecce a cui era stata vietata la console e che ha deciso di “punire” la famiglia sparandosi un colpo all’addome, deve farci riflettere. Ulteriormente, se lo abbiamo già fatto. Non per criminalizzare i genitori o per accusare l’adolescente, ma perché i livelli di guardia che fino a qualche anno fa temevamo si stanno raggiungendo.Varie  indagini svolte in Italia ci hanno fatto comprendere come il dato di alta presenza di videogiochi, segnalato anche dall’Istat “il 21,5% delle famiglie possiede una console”, ci dovrebbe aiutare a comprendere che spesso non tutti i comportamenti dei nostri ragazzi sono accettabili.E forse non si può passare dal “lasciamo perdere” a “ti è proibito usare la playstation”. Centinaia di ricerche compiute in tutto il mondo ci hanno anche avvisato sulla possibilità che un uso indiscriminato e per molte ore della playstation, così come di altri videogiochi, provoca di sicuro stanchezza, ma anche tutta una serie di conseguenze che gli studiosi hanno accertato e stigmatizzato.Nonostante questo nel nostro paese pur non preoccupandoci di un approccio serio e determinato all’uso delle tecnologie, sia misurandone concretamente gli effetti positivi che i rischi, siamo passati da un eccesso all’altro. L’appello al buonsenso ha fatto sempre a pugni con la possibilità di attendere il nuovo fatto di cronaca per poi lanciare l’allarme.Ma niente paura. Lo stato di ansia dura pochi giorni e poi si riprende regolarmente a fare quello che si faceva prima in attesa che qualcosa di eclatante avvenga.  Senza alcuna intenzione di lanciare anatemi o di svolgere un’opera moralizzatrice occorre trovare la strada maestra che ci permetta di vivere la stagione delle nuove tecnologie con il necessario distacco.Quella serenità che ci metta nelle condizioni di non infierire su queste nuove modalità di svago e divertimento, ma di farne un uso ragionato e controllato. Le cronache ci riferiscono di un sedicenne che restava chiuso di giorno e di notte nella sua stanzetta, al buio e l’unica luce era quella del televisore. La playstation era diventata la sua unica ragione di vita (Corriere della Sera).Non aveva più voglia di uscire o di studiare. E poi per attirare l’attenzione dei genitori ha deciso di spararsi un colpo con la pistola, regolarmente denunciata, del padre. Perché una reazione così violenta ad una punizione?Ed ecco che si riapre il dibattito su quante volte noi siamo andati a letto senza cena. Su quando le punizioni venivano accettate e digerite e neppure contestate. Il rigore era tale, della decisione assunta dai genitori, che dopo l’unico pensiero era quello di farsi perdonare dopo aver “scontato la pena”. Oggi è tutto diverso. E’ il tempo dei genitori orgogliosi di essere “amici” dei figli. E’ l’epoca delle “condivisioni totali”. Le ragioni della tolleranza spesso non coincidono con la certezza degli stessi giovani di fare tutto quello che si vuole fare.Dopo questo caso riapriremo il dibattito. Ci interrogheremo su cosa è accaduto. Magari vedremo in televisione anche qualche trasmissione sul tema o leggeremo i commenti su Facebook o scaricheremo qualche video su Youtube. Quel ragazzo della provincia di Lecce, che dopo aver lottato con la morte ed essere stato salvato dai medici, diventerà il simbolo di un disagio a cui non abbiamo saputo dare delle risposte concrete. Ma forse non ci siamo nemmeno fatte troppe domande. Il perché è semplice: colpa dei diabolici videogiochi. La nostra società è assolta. Del resto ormai c’è il fai da te anche sulla verità. Ognuno si costruisce la propria. Ognuno indossa la maschera che preferisce. Ognuno vive una sua identità. Per ironia della sorte, proprio come accade nei videogiochi….

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