I più piccoli affascinati dai social network Un nuovo modo di giocare, per i digitali nativi

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di Francesco Pira

Quando utilizziamo il termine comunicazione siamo spesso tratti in inganno dalla concezione comune che identifica la comunicazione con informazione, in realtà la comunicazione non è semplice trasmissione di informazioni ma un processo di costruzione di significati, la comunicazione è fondamento della conoscenza e che alla base ha la parola, il linguaggio attraverso il quale ci mettiamo in relazione con l’altro. Il bagaglio di conoscenze che è a disposizione di ciascuno nel suo agire deriva dal sistema di comunicazione disponibile nel sistema sociale. In piena società dell’informazione proprio il sistema di comunicazione è non solo principalmente fondato sui media, come nell’era della società delle comunicazioni di massa, ma basato sulla tecnologia sulla velocità e quantità di informazioni veicolate di mezzi e strumenti a disposizione del comunicare che consentono di relazionarsi in contemporanea con più soggetti e più fonti e di unire, combinare, confondere parola scritta e parola parlata. I nostri sensi sono sempre più coinvolti, vista, udito, tatto e addirittura olfatto.
Oggi l’utilizzo delle tecnologie sta di fatto annullando le separazioni tra le diverse tipologie di media. Questo dato emerge con ancora più evidenza dagli studi e ricerche che con sistematicità vengono condotte sull’universo dei giovani, bambini e adolescenti, il loro rapporto con i media e le nuove tecnologie.
E’ evidente che non ci riferiamo solo e semplicemente al gioco, all’ utilizzo della tecnologia, stiamo parlando di digitali nativi e di come si sviluppa la comunicazione e la relazione in un mondo caratterizzato dalla pervasione della tecnologia nei normali processi relazionali.

Per i digitali nativi questo ambiente relazionale rappresenta un luogo naturale, la loro capacità di accesso non li rende però consapevoli delle conseguenze che questo nuovo modo di relazionarsi può creare. Come sostiene Henry Jenkins esiste un “gap di partecipazione che consente ad alcuni giovani di essere autorizzati a creare e condividere i media con gli altri”.
Ma cosa significa il termine digitale nativo? Il termine è stato conciato da Marc Prensky, che lo utilizzò per la prima volta in un suo articolo pubblicato nel 2001 nella rivista “On the Horizon”. L’articolo dal titolo, Digital Natives, Digital Immigrants, illustra i cambiamenti di tipo cognitivo, comunicativo e comportamentale, prodotti dall’intenso uso e dalla sovraesposizione alle nuove tecnologie, onnipresenti nella vita delle nuove generazioni sin dalla più tenera età.
Il modo in cui il pensiero si forma sembra essere mutato. Derrick De Kerkchove allievo di Marshall Mc Luhan ha elaborato il concetto delle psico-tecnologie sostenendo che finora, coi media tradizionali, il pensiero è scaturito dalla possibilità di leggere, ovvero dalla scrittura; adesso, invece, “il mondo esterno passa dalle pagine allo schermo, ove prendono vita espressioni basate sui linguaggi che sono un’estensione della nostra mente”. Con le nuove forme di comunicazione sperimentate sulla Rete, vi è la possibilità di dare vita ad un’intelligenza collettiva. Si passa così dalla mentalità pubblica propria della televisione, dove tutto ciò che passa attraverso il tubo catodico è di produzione esterna, nulla viene creato direttamente dallo spettatore, che passivamente riceve le immagini che gli scorrono davanti agli occhi, alla mentalità privata propria del computer, che grazie ad Internet, diventa in qualche modo un ampliamento della nostra intelligenza e della nostra memoria.
In questo contesto discutere dei singoli mezzi, televisione, cellulari, pc, videogiochi come separati non ha più molto senso. Chris Anderson Direttore di Wired sostiene che l’interesse verso il Web si sposterà sempre più verso le applicazioni, i social network, il gaming, l’interatitività,  il cinema on demand. Si vengono a formare in questo modo due mondi separati, il Web aperto simboleggiato da Google e quello chiuso dove troviamo Facebook, Linkedin, aree riservate in cui Google non ti riesce a portare.
Ciò significa che ci troviamo di fronte ad un nuovo modo integrato di gestire in contemporanea più forme di comunicazione, che si muovono attraverso il Web, questo luogo di relazioni dove si forma una nuova forma di cultura “la cultura digitale”.
Questa evoluzione è sotto i nostri occhi, la percepiamo, la viviamo in prima persona con il nostro profilo su facebook, con l’uso degli samrtphone, con i nuovi modi di fruire cinema, musica, libri.
Nel 2007 conducemmo una indagine su un campione di 1212 bambini in 6 regioni che tracciava un quadro articolato sul rapporto tra bambini media e nuove tecnologie. Indagammo su i comportamenti, i gusti e il modo di utilizzo in funzione della tipologia di media. I libri, la televisione, i videogiochi, internet e il telefono cellulare erano i tasselli  che utilizzammo per comporre un puzzle che tracciasse il ritratto dei bambini di oggi. Il ritratto che ne scaturì e che come “un graffiti” continua a modificarsi, ma contiene alcuni elementi essenziali:
•I bambini come gli adulti leggono sempre meno
•Guardano la tv degli adulti, le fasce protette sono di fatto scomparse e l’orario di visione si sposta sempre più avanti
•Esiste un “tv divide”, tra chi ha la tv satellitare e chi vede solo la tv generalista in chiaro
•I modelli a cui si ispirano sono quelli della tv commerciale, i cartoni animati e i programmi per ragazzi non sono più ai primi tre posti della classifica delle preferenze.
Nel 2008 abbiamo realizzato una indagine su un campione di 463 ragazzi tra gli 11 e i 15 anni  e i loro genitori che hanno risposto separatamente agli stessi quesiti su consumi mediali. Il dato più rilevante ha riguardato la diversità risposte tra giovani e adulti in alcuni casi in netta contraddizione. Un elemento per tutti: per i genitori oltre il 40% dei ragazzi utilizza internet per motivi di studio, quando solo il 2,8% dei ragazzi dice che internet serve per studiare!
Gli studi che si sono succeduti hanno evidenziato la rapida evoluzione della “dieta mediatica” dei ragazzi. Il Rapporto Eurispes 2009 mostra che:
•Nell’89% delle case dei bambini intervistati era presente un computer
•Il PC e Internet fanno parte del nostro quotidiano sono strumenti di lavoro, di apprendimento, di comunicazione, d’informazione, di divertimento, sono creativi e dinamici.
•I bambini usavano spesso il computer da soli nel pomeriggio.

Il 71,1% degli adolescenti possiede un profilo su Facebook
Il 28,7% degli adolescenti ritiene che i social network siano utili strumenti per rimanere in contatto con gli amici di sempre e con quelli che si trovano lontano o non si frequentano da molto tempo (23,6%).
Fare nuove conoscenze rappresenta il motivo principale per cui il 14,9% dei ragazzi ha deciso di affacciarsi al mondo delle reti sociali sul web. Alcuni social dispongono di particolari applicazioni (giochi, gruppi, test) che rappresentano, per il 10,4% dei ragazzi una possibile alternativa per riempire il tempo libero
Diminuisce invece la frequenza d’uso che gli adolescenti fanno dei Dvd, che scendono al 54,2% nel 2009, sostituiti dallo streaming su Internet o le copie scaricate dalla Rete. A questo si aggiunge il drastico calo, nell’ultimo anno, dell’utilizzo di videogiochi e console, il 29,2%.
I numeri ci dicono che i bambini e gli adolescenti sono immersi nelle nuove tecnologie, mentre gli adulti appaiono sempre più disorientati con una consapevolezza sempre più distante e frammentata rispetto all’utilizzo. Sembrano incapaci di rappresentare una guida per il superamento del gap ambientale, come lo ha definito Jenkins. Conoscono poco la tecnologia, non conoscono i propri figli e il loro modo di relazionarsi.
Nei miei incontri e seminari ho raccolto commenti esperienze di genitori che nel tentativo di ricostruire un dialogo chattano con i figli su facebook mentre sono in due stanze diverse all’interno della stessa casa.
Ma sempre di più i figli vivono come inadeguati i genitori rispetto alle conoscenze tecnologiche, e questo crea una barriera di incomunicabilità.
Ed allora ci si domanderà cosa fare? Come si esce da l’impasse dei rischi derivanti dall’uso delle tecnologie e dalla perdita di relazione genitoriale?
Non vi è dubbio alcuno che lo sforzo maggiore spetta al genitore che deve accompagnare la crescita dei figli attraverso i nuovi modi di relazionarsi, senza dimenticare che la comunicazione passa ancora attraverso la parola, il gesto, la condivisione di luoghi, e paradossalmente proprio la nuova generazione di videogiochi, dalla nintendo wii a kinetics di xbox3 possono rappresentare l’espediente di una nuova forma di condivisione di tempo e spazi con un uso più intuitivo della tecnologia che supera la tecnica con la tecnologia.
L’immersione nei giochi di ruolo di ultima generazione che consentono di giocare da soli o con altri via web rappresenta una frontiera in continua evoluzione dove il rischio alienazione si combina con creatività, immaginazione. E’ evidente che siamo ancora alla ricerca di un punto di equilibrio, ed è del tutto probabile che nel momento in cui riterremo di averlo trovato il mondo avrà subito una nuova evoluzione e saremo perciò di nuovo nella condizione di cercare di comprendere il nuovo e come gestirlo cercando al contempo di individuare potenzialità e rischi da prevenire.
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