Parlando di morale

1927

di Maurizio Rompani

Secondo Zygmunt Bauman, nella modernità “ La morale è la regolazione coercitiva dell’agire sociale attraverso la proposta di valori o leggi universali a cui nessun uomo ragionevole  può sottrarsi”. Se questa definizione è basata sulla convincimento che la razionalità è elemento distintivo della modernità, radicalmente  diverso invece è la conclusione  riferita alla morale post-moderna. Infatti, secondo Baumann,  il percorso storico ha portato l’uomo di oggi  ad abbandonare le illusioni moderne ereditate dalle filosofie dei secoli recenti, riferite ad una morale razionale e universale, per riappropriarsi di una morale centrata sull’individuo, irrazionale e riassunta nella responsabilità verso l’altro. La fine delle grandi ideologie politiche del  Novecento, unita ad una visione meno dogmatica e più intimamente personale della religione, ha reso impossibile la pretesa di verità assolute. La conseguenza è la possibilità che  ci possono essere tante e diverse morali.La convinzione è che  la morale nasce ed è fondamentalmente l’affidarsi  nel proprio esser individuo all’altro. È un fatto assolutamente e totalmente individuale e libero. Poiché non può esistere un terzo, ideologia o sentimento religioso,  che mi dice se la mia azione sia morale oppure no, non esiste  più una società secondo parametri fino ad ora indiscussi.  Ma come si traduce questa definizione individuale nella concreta pratica sociale? L’uomo non crede che la società, in quanto forza morale,  venga prima dell’ individuo ma, al contrario, sia proprio l’ individuo, nella sua singolarità e pluralità e in quanto essere morale a dar vita al sistema sociale.  L’impulso a relazionarsi con l’altro,  indipendentemente da come l’altro si atteggia, non è razionale. La morale, originata da tale impulso, è del tutto irrazionale.L’origine della morale è quindi sempre un atto individuale, implica necessariamente un io, mai un noi. Se non c’è l’io, l’atto morale non c’è. La morale quindi è un atto del tutto individuale che crea la società. Questa nasce da una scelta etica individuale, l’atto etico individuale va fatto “da me e non da altri” e crea un vincolo: viviamo in società, siamo in una società, solo in virtù del nostro essere morali. La vera morale, meglio il vero atto morale ci permette di incontrare l’altro non come immagine riflessa, ombra senza anima, ma come volto, come persona nella sua vera identità al di fuori del ruolo occupato nella società. Se questo è l’atto morale significa che è l’antitesi del potere attualmente concepito, della sua logica che è logicamente legata alla forza.Se accettiamo l’impulso della morale come  irrazionale e libero, accettiamo anche che è in contrapposizione all’ordine sociale come attualmente viene inteso e, pertanto, la morale rischia di avere uno spazio minimo in una società che vorrebbe essere sempre più complessa ma che,  in realtà, è sempre  più una società di pochi. Che ha, quindi,  necessariamente bisogno di regole sempre più sofisticate e precise da cui l’irrazionalità e la libera scelta del singolo individuo sono escluse. Riconosciamo e accettiamo passivamente  che gran parte della nostra classe dirigente sia incapace ad essere positivamente irrazionale, legata ad ideologie e sistemi, politici ed economici, del passato atti a soddisfare il privilegio di pochiLa scelta, forse drammaticamente definitiva, è tra una società in cui la nostra sicurezza,  la nostra paura di cambiamento, venga  preferita alla nostra irrazionalità e libertà, , in definitiva alla nostra voglia  di tornare a sognare. Un mondo affidato alla razionalità e alla fermezza normativa è un mondo  che ha paura delle possibilità di scelta che solo l’irrazionalità può dare, ma soprattutto è un mondo bloccato dalla pochezza di chi non si ritiene all’altezza di una quotidiana sfida intellettuale e morale.Se è mancanza di morale il credersi al di sopra degli altri, così come lo è il credere ad  una morale insita nel ruolo,  altrettanto lo è il richiedere leggi e norme per instradare l’irrazionalità del singolo. Se è sbagliato il rimpiangere  le grandi ideologie del passato, contestualizzandole in un impossibile presente, peggio è il credere di potersi sostituire ad esse, ancor più deprecabile moralmente è quando ciò è fatto solo per il proprio tornaconto.