Una pausa

di Maurizio Rompani

L’etica non può essere insegnata.  L’argomentazione di Socrate si basava sulla maieutica, rivolta all’interpretazione della natura umana: il filosofo può solo aiutare gli allievi a partorirla da soli. A prima vista può sembrare una  affermazione molto semplice, quasi ingenua, eppure racchiude in sé molta più saggezza di tante pagine che ci vengono quotidianamente sottoposte come spunto per i nostri pensieri più profondi.  D’altronde l’ingenuità e la semplicità nel linguaggio sono sempre stati sinonimo di grandezza: pensiamo a figure come Socrate, San Francesco D’Assisi, Gandhi. Sono le loro parole, il loro agire che ci fa riflettere, che ci fa guardare dentro, almeno quando ne troviamo il coraggio.Riflessione. Ormai ci siamo quasi dimenticati che sui  nostri atti, sul nostro agire, sui nostri atteggiamenti e comportamenti, noi possiamo riflettere, noi dobbiamo riflettere. Certo è anche  colpa di questa vita frenetica in cui ci troviamo, inconsapevolmente o, con più sincerità, volontariamente immersi. L’atto della riflessione è quello che può interrompere lo svolgimento di altri atti, che può produrre una presa di distanza da ciò che stiamo facendo, allo scopo di comprendere meglio una certa situazione e di trarre indicazioni per i comportamenti futuri. E’ forse questo che ci fa paura?Eppure riflettere viene considerato oggi un  qualcosa di più,  di non necessario, una perdita di tempo che ci allontana da questo mondo a cui molti di noi si considerano indispensabili. Abbiamo dimenticato che  la riflessione è di per sé un atto, anzi è  l’atto per eccellenza che ci distingue quali  esseri umani. Soprattutto se si tratta di una riflessione sull’agire, che risulta essa stessa un agire. Il problema del senso dell’agire, quello relativo alla domanda sul  perché io faccio o debbo fare qualcosa, emerge nel momento in cui viene meno la risposta religiosa o laica, implicitamente condivisa, che a tale questione viene data. Questo forse è il vero motivo per cui non ci sentiamo più spinti alla riflessione. Perché questo significa prendere atto della propria, della nostra responsabilità. Nessuno può sottrarsi a quella che si chiama comunemente responsabilità, nel senso di rispondere di ciò che facciamo e decidiamo, perché ogni atto ci appartiene. Ed ecco allora che troviamo rifugio nel proliferare delle norme. Bistrattate, odiate ma, in verità, vera isola felice del nostro non assumerci oneri, della nostra non voglia di porci domande scomode. Nulla ci piace più del poter dire “sono costretto a fare così “, il grande alibi della nostra non presa di coscienza, del nostro non chiederci nulla.Perché gli interrogativi  rinviano esclusivamente alla responsabilità personale. Le norme, in questo campo, funzionano da paracadute: possono rallentare la caduta e possono dirigere l’atterraggio, ma il saper come cadere riguarda solo ognuno di noi.Bisogna tornare a riflettere. Anzi bisogna ricreare le occasioni perché si possa tornare a riflettere. Senza paura di dire “ho sbagliato”, senza paura di piangere per le nostre scelte, senza paura di star male, soprattutto senza paura di tornare finalmente ad essere uomini.