Finalmente la fine di una utopia

773

di Maurizio Rompani

“ Noi non possiamo essere imparziali. Possiamo essere soltanto intellettualmente onesti: cioè renderci conto delle nostre passioni, tenerci in guardia contro di esse e mettere in guardia i nostri lettori contro i pericoli della nostra parzialità. L’imparzialità è un sogno, l’integrità morale è un dovere. “  Gaetano Salvemini

Uno dei pochi fattori positivi che emergono dalle “ discussioni “ riguardanti i fatti che coinvolgono il Presidente del Consiglio è la sepoltura, speriamo definitiva, del concetto di imparzialità. Da qualche giorno finalmente questa parola è sparita dai palinsesti e dalle colonne dei giornali: ormai nelle dichiarazioni dei giornalisti, dei politici, dei comuni cittadini e dei giudici non se ne trova più traccia. Noi siamo convinti che l’imparzialità sia un valore  di cui vantarsi, siamo  circondati da persone che continuano ad affermare che l’informazione deve essere imparziale. Per noi Italiani non è solo un vanto ma anche un obiettivo quasi sempre raggiunto, naturalmente solo da noi e non da chi la pensa diversamente. Che differenza con gli Inglesi per i quali  l’imparzialità è come la perfezione: un qualcosa a cui aspirare tenacemente ma impossibile da raggiungere. In effetti  una persona imparziale (sempre che esista in questo mondo) è più simile ad una ameba che ad un essere umano con la sua ricchezza di passioni, emozioni, pregi e difetti. E poi siamo sicuri che possa sul serio dare un’informazione completa?  raccontare i fatti e basta non è costruttivo, ogni tanto una presa di posizione non fa male, è bello sentire  più punti di vista e confrontarli, costruirsi una opinione e non sposare a priori e in modo acritico le opinioni altrui. Eppure  tutti si ostinano a dichiarare l’imparzialità e mai  la parzialità della propria informazione.  Mi auguro che questo non rifletta la bravura tutta italiana di tenersi sempre aperta una porta per un rapido passaggio di campo dettato dalla convenienza, tecnica in fondo già usata anche recentemente dai più accesi partigiani della purezza giornalistica e politica. E’ anche altrettanto vero, come affermato da Salvemini, che dovremmo sostituire l’imparzialità con l’onestà intellettuale e questo è terribilmente difficile, se non impossibile  per la stragrande maggioranza di quelli  cui abbiamo accennato sopra. Personalmente ritengo  l’imparzialità solo  una bella utopia. Chiunque scriva o parli è nella posizione di poter in qualche modo condizionare l’opinione di chi legge o ascolta con il proprio ragionamento, al quale il lettore ascoltatore non può rispondere in modo diretto, in un confronto per così dire alla pari. Certamente tra tutti i mezzi di comunicazione la scrittura è la più democratica in quanto comunque permette una rielaborazione, da parte del fruitore, del contenuto che viene espresso, perché chi legge può ritornare indietro, può trattenere ciò che più lo ha convinto e rifiutare ciò che non lo trova concorde, può giudicare criticamente grazie anche ad processo di più lenta meditazione e formare in un secondo momento la propria opinione dei fatti. Comunque ogni  comunicatore  filtra la realtà che descrive attraverso i propri occhi, attraverso le proprie esperienze  e sceglie, più o meno consapevolmente, di dare rilievo ad un aspetto piuttosto che ad un altro della medesima notizia, di seguire una determinata fonte piuttosto che un’altra. Chi scrive, chi parla  non è un vaso vuoto dentro cui si possa calare la notizia, è dotato a priori di un proprio vissuto,  può soltanto cercare di epurare il più possibile i suoi scritti e le sue parole dalle faziosità più evidenti e cercare di non stravolgere in modo arbitrario la verità che cerca di raccontare. Il messaggio, da qualunque fonte provenga, è sempre sottoposto a un giudizio che lo ha trasformato, a monte, con l’utilizzo di parole, immagini e suoni tali da avvalorare le intenzioni stesse dell’ideatore in una volontà comunicativa che indirizza meta-significatiSarebbe opportuno rileggere e confrontare Henry Sidgwick e Immanuel Kant per una riflessione sull’etica utilitarista e su quella kantiana, sulla loro influenza nelle teorie di comunicazione. Quando i filosofi morali parlano di ciò che è la cosa giusta da fare o di ciò che significa giusto,  dovere, libertà e  responsabilità, fanno sempre riferimento all’una, o all’altra, o ad entrambe queste teorie.Il fatto è che non sono le idee né la loro espressione, ma casomai le appartenenze, in particolare se occulte, a ridurre l’ imparzialità del comunicatore, sono l’ apoliticità e l’ indifferenza ad offrire copertura a fenomeni di subordinazione o di strumentalizzazione del ruolo. Passione civile e imparzialità nel giudizio non sono concetti antitetici o incompatibili. L’ imparzialità è disinteresse personale, estraneità agli interessi in conflitto, distacco dalle parti, non anche indifferenza alle idee e ai valori.E’ bello che finalmente ci si accusi quotidianamente di essere parziali, di parte, di difendere interessi . Finalmente anche noi Italiani siamo diventati grandi,  ma non abbiamo ancora capito che il difetto non è quello di essere parziali ma quello di proclamarsi in maniera ipocrita  imparziali. Ma accontentiamoci, in fondo è già un traguardo per un popolo che afferma con orgoglio di ascoltare, leggere, frequentare solo persone che condividano il proprio modo di essere e pensare, viaggiatore perenne in un itinerario kafkiano che  tra bisogni inconsci di auto convincimento,  ideali esibiti, etiche acquistate in saldo ci porterà come Peter Pan sull’isola che non c’è, quella dove l’imparzialità regna sovrana.