Vizi Pubblicitari-Arav fashion non perde il vizio, ma il comitato di controllo…

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di Federico Unnia

Nuovo round nel confronto a distanza tra la casa di abbigliamento Aarav Fashion, nota per le sue bellissime immagini pubblicitarie, e il Giurì di autodisciplina pubblicitaria. In metto sempre il Comitato, al quale la creatività sensuale della marca proprio non piace.
Questa volta in discussione il messaggio di Arav Fashion volto a pubblicizzare capi a marchio “Silvian Heach”, per il Comitato non conformi agli artt. 9 e 10 del Codice di Autodisciplina in quanto vi si ritraeva una giovane donna, con lo sguardo perso nel vuoto, seduta sul bordo di una vasca da bagno con due uomini, uno dei quali le baciava il fianco, accarezzandole l’interno coscia scoperto, mentre l’altro la immobilizzava con una mano per la caviglia, tirandola verso di sé, con l’altra mano, una manica della maglietta della donna.
Una raffigurazione che al Comitato proprio non andava giù in quanto, a suo dire, la rappresentazione in questione risultava offensiva della dignità della persona, in quanto la donna era ridotta alla stregua di un manichino inanimato da possedere, in contrasto con le previsioni dell’art. 10. Inoltre l’espressione della donna raffigurata e la sua posizione “obbligata” evocavano sensazioni impotenza e sofferenza, perché immobilizzata e sottomessa alla volontà dei due uomini. Con ciò ponendo il messaggio in contrasto anche con l’art. 9 Cap.
L’inserzionista si era difesa eccependo che l’immagine, realizzata da un noto fotografo e regista, si limitava a rappresentare in modo artistico una donna libera, consapevole del proprio fascino e della propria sensualità, capace di manifestare in modo disinibito compiacimento nell’essere contesa tra due uomini da lei affascinati. Posizione difensiva che richiamava alla mente quella assai celebre (e vincente) espressa decenni or sono da Diego Della Palma in difesa del suo messaggio, soggetto teatrino, per mai due gocce di Profumo.
Il Giurì, ribadito l’assunto per cui la pubblicità non inerisce alla sfera della libera manifestazione del pensiero e dell’arte, ma è soggetta a limiti di legittimità, ha ritenuto che il messaggio utilizzasse il desiderio di gratificazione sessuale maschile e femminile per suscitare nel pubblico cui si rivolgeva interesse e desiderio per il prodotto reclamizzato. Tale desiderio di gratificazione secondo il Giurì era rappresentato con modalità che contemplavano la donna come un oggetto conteso e come strumento dell’altrui piacere, piuttosto che come protagonista della relazione, che porta a penalizzare la dignità di genere della donna. La connotazione degradante della comunicazione, sempre a detta del Giurì, deve ascriversi a diversi elementi oggettivi della rappresentazione, tra cui l’espressione assente del viso della donna, la postura dei protagonisti della scena, il contesto narrativo squallido in cui la scena è inserita. Pur senza arrivare a veicolare un’idea di gratificazione sessuale connessa all’esercizio di violenza fisica o psicologica, il messaggio – secondo il Giurì – era tale da presentare un’immagine della donna degradante perché ridotta a oggetto di una contesa fisica e sessuale di cui è succube e non parte attiva. Inoltre il Giurì ha ritenuto il messaggio tanto più offensivo della dignità della persona in quanto veicolato da cartellonistica, un mezzo di diffusione privo di filtri e tale da enfatizzare la portata negativa della comunicazione. Da qui lo stop per violazione dell’art. 10 Cap.

ing. 44-13 Silvian Heach