I segreti di Bernard Arnault, l’asso piglia-marchi

Il numero uno della Louis Vuitton che ha comprato il made in Italy

di Giovanni Santaniello

Ha un segreto, Bernard Arnault, l’asso pigliatutto del lusso mondiale. Il quarto uomo più ricco del pianeta che ultimamente fa shopping in Italia con sempre più frequenza: Fendi, Bulgari, Acqua di Parma, Pucci, Cova, Loro Piana.

Il magnate francese dagli occhi di ghiaccio e la bocca cucita a capo della Lvmh (Louis Vuitton Moet Hennessy) è solito stringere gli affari prendendo il marchio, ma lasciando ai fondatori la gestione dell’azienda, come è accaduto solo qualche giorno fa con il marchio del cachemire piemontese.

Così il suo impero si fa sempre più mondiale. E si è fatto già più italiano.

Il patron del colosso del lusso conta una sessantina di marchi e un fatturato in continua crescita che nel 2012 è stato conteggiato in 28 miliardi di euro. Ha a disposizione una liquidità che gli permette di fare il bello e il cattivo tempo in Borsa e nei vari cda. Eppure, è partito che era un normale imprenditore edile, con una azienda ereditata dal padre.

Coma ha costruito la sua fortuna? Con operazioni finanziarie anche spregiudicate, come ad esempio quella che ha interessato il gruppo Boussac che ha comprato nel 1984 in liquidazione: lo ha smembrato pezzo per pezzo con i suoi 25 mila dipendenti e ne ha preservato solo il marchio: Cristian Dior.

Arnault, che è testimone di nozze dell’ex inquilino dell’Eliseo Sarkozy, che ha chiare simpatie politiche per la destra ma che certo non si impressiona se per affari deve stringere accordi con governi di sinistra, è solo la punta di diamante del fronte francese che avanza alla conquista dei marchi più famosi al mondo.

Il made in Italy è solo uno dei bocconcini più prelibati: basti pensare che delle prime 500 aziende mondiali, quelle italiane sono appena 9. Quelle francesi 32.