Datagate, la verità di Facebook e Microsoft

I due giganti del web: “Alle Autorità fornito un numero limitato di informazioni dei nostri utenti”. E c’è chi, come Google, fa lo snob

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Operazione trasparenza. Da quando e’ scoppiato il ‘datagate’ i giganti del web coinvolti in Prism, il programma di sorveglianza dell’intelligence americana, la chiedono a gran voce. Non ci stanno a passare da ‘traditori’ dei loro milioni di utenti. Perche’ pesa troppo il sospetto che i dati riservati di internauti di tutto il mondo siano stati lasciati in pasto agli 007 Usa senza alcun rispetto della privacy, sacrificati sul fronte della lotta al terrorismo.

fbCosi’, da Facebook a Microsoft, le aziende coinvolte, assicura l’Ansa, passano al contrattacco, prima che il ‘datagate’ possa travolgere la loro immagine.

E, in nome di quella trasparenza invocata negli ultimi giorni, hanno raggiunto un accordo con le autorita’ federali, grazie al quale potranno diffondere il numero di richieste di informazioni avanzate nei loro confronti nell’ambito dei programmi di sorveglianza delle autorita’ locali, statali e federali, National Security Agency (NSA) ed Fbi in testa.

In qusto modo, tenteranno di dimostrare di non aver concesso agli investigatori accesso illimitato ai loro database.

E’ stato il piu’ popolare social-media al mondo, il primo gigante del web, a fare ‘outing’ svelando come nella seconda meta’ del 2012 abbia ricevuto da varie agenzie federali, statali e locali da 9.000 a 10.000 richieste di informazioni.

“Richieste – spiega il gruppo fondato da Mark Zuckerberg – che riguardano gli account di 18.000-19.000 persone registrate su Facebook”. Non pochi, ma niente a che vedere col miliardo di iscritti.

Poche ore dopo, anche Microsoft ha deciso di rivelare il numero di informazioni riservate sui propri utenti richieste sulla base del programma Prism o di programmi simili.

“Nel 2012 – spiega il gruppo fondato da Bill Gates – queste richieste sono state tra le 6.000 e le 7.000, e hanno riguardato circa 32.000 utenti. Una minima parte dei clienti Microsoft”, ha sottolineato l’azienda, che pero’ invoca la possibilita’ di rivelare maggiori informazioni: ”Pensiamo che quello che ora ci viene permesso di pubblicare sia ancora troppo poco per far capire davvero alla comunita’ il dibattito che si e’ aperto”, affermano i vertici del colosso di Redmond.

Non la pensa cosi’, pero’, Google, che ha gia’ detto che non seguira’ l’esempio di Facebook e Microsoft, credendo sufficiente sottolineare lo scarso valore della diffusione di dati senza ulteriori e dettagliate informazioni sulla natura delle richieste avanzate dagli 007.