In Brasile il manifesto per le prostitute che costa il posto ai pubblicitari

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La campagna “Io sono felice di essere una lucciola” prima promossa e poi giudicata troppo sfrontata dal Dicastero della Salute. E il ministro, per salvare se stesso, sacrifica i promotori

di Giovanni Santaniello

Chiariamo subito una cosa: in Brasile, la prostituzione è un’attività perfettamente legale se fatta in proprio. Vale a dire se non c’è un terzo o una organizzazione che ci guadagna. E poi: che, in vista dei Mondiali del prossimo anno e delle Olimpiadi a Rio nel 2016, una città come Belo Horizonte già si è avviata da mesi nel mettere in campo un programma per offrire alle lavoratrici del sesso un corso di inglese, in maniera del tutto gratuita.

prostituta bn

Solamente quella città conta circa 80.000 squillo e pochissime parlano inglese. In vista dell’invasione di tifosi da ogni angolo del mondo, si è ritenuto cosa buona e giusta il corso di aggiornamento che insegna alle ragazze parole come «condom» (preservativo) oltre che altre espressioni per poter lavorare.

Ecco: in questo contesto e in occasione della Giornata Internazionale della Prostituta, il ministero della Salute del Governo di Dilma Rousseff ha pubblicato sul proprio portale una pubblicità in cui, accanto alla foto di una presunta lucciola, si leggeva a chiare lettere “Sono felice di essere una prostituta”.

Ora: l’obiettivo della campagna, diffusa anche sui social, era nobile. Vale a dire, quello di diffondere le nozioni base contro le infezioni da Hiv e da altre malattie oltre che l’uso del preservativo.

Fatto sta che lo slogan “Sono felice di essere una prostituta” è stato considerato troppo anche nel Paese che ha fatto del sesso libero la sua bandiera, tanto da giustificare il detto secondo cui il Brasile è l’unica nazione che ha debellato il razzismo perchè l’ha affrontato a letto, finendo per far mischiare le razze.

Lo racconta Elmar Burchia per il corriere.it: “Quella frase così esplicita è stata una spina nel fianco per le organizzazioni a difesa delle donne e non è andata giù nemmeno agli esponenti dei partiti politici più conservatori. È una «glorificazione della prostituzione», hanno lamentato. «Per anni abbiamo combattuto contro la prostituzione minorile e improvvisamente ci ritroviamo con una campagna che la incoraggia», ha denunciato in Parlamento la deputata evangelica Liliam Sá. «Nessuno può essere felice quando viene sfruttato sessualmente». E così, finito nella bufera, il ministro della Sanità Alexandre Padilha ha dichiarato di non aver mai autorizzato quei poster”.

Figurarsi: ogni mondo è Paese quando si tratta di politici. Scaricare la responsabilità era solo l’anticipo della decisione di togliere dal sito del dicastero i manifesti della discordia e sostituirli con una versione meno sfrontata, con lo slogan: «Non mi vergogno di lavorare con un preservativo».

Ma tant’è: coloro i quali hanno firmato la prima pubblicità sono stati licenziati. Chiariamo subito una cosa: loro sicuramente non sono stati felici.