Il grido di dolore di Sky: “Dateci l’Auditel 2.0”

Al Politecnico di Milano l’annuncio che la società di rilevazione dati, da domenica, sarà capace di differenziare gli ascolti provenienti dalle varie camere delle case degli italiani. Ma questo non basta ad evitare la denuncia di Paolo Agostinelli: “Così com’è, non serve a nulla. Chi monitora la tv on demand o quella che si segue sul tablet o in Internet?”

di Giovanni Santaniello

E’ un grido di dolore quello che lancia Sky Italia in occasione della presentazione della ricerca firmata Politecnico di Milano e Studio Frasi sui 10 anni, gli ultimi, che hanno rivoluzionato la tv.

Un grido di dolore che è un appello affinché la rivoluzione evocata nel titolo della tavola rotonda svoltasi questa mattina nel capoluogo lombardo vada fino in fondo e porti (anche) alla costituzione di un vero e proprio Auditel 2.0.

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Quello esistente si appresta, a partire da domenica, a mettere in campo uno strumento innovativo che permetterà di misurare i dati di ascolto tenendo conto persino della dislocazione all’interno di un appartamento dei diversi televisori.

Si potrà sapere quindi, chi ha vinto la serata della tv che è sistemata nel salotto delle famiglie italiane. Piuttosto chi ha vinto la serata della tv collegata nella cameretta dei figli adolescenti.

Ma tant’è: non è altro che un palliativo a sentire Paolo Agostinelli, vice president Partner Channels di Sky Italia. “Auditel, così com’è, non è più una macchina che funziona. Del resto, è stata messa in moto nel 1987, quando c’era da misurare solo il numero di telespettatori di 6 canali tv. Ora, nonostante gli aggiornamenti, si dimostra del tutto inadatta a misurare 197 canali. E soprattutto, continuando a contare i singoli telespettatori per compartimenti stagni, non percepisce coloro i quali seguono le trasmissioni in maniera sempre più in maniera interconnessa. La tv in mobilità, gli utenti della nostra Sky Go, ad esempio: come si fa a non conteggiarli ufficialmente? Sono oltre 1 milione quelli che accendono pc, smartphone e tablet per seguirci. E con la tv on demand, come la mettiamo? Sky on demand è arrivata ad avere 25 milioni di download”.

Gli uomini di Murdoch in Italia (che vantano il dato secondo cui il 58% dei loro abbonati pratica già il My Time: costruiscono, vale a dire, il loro palinsesto personale) pretendono, quindi un ente indipendente capace di dare i risultati giusti della tv di oggi, senza lasciare alcun cono d’ombra. Per esigenze pubblicitarie, come è normale che sia. Ma anche, come sottolineato da Agostinelli, “per avere tutti gli strumenti utili a venire incontro alle esigenze e alle richieste degli utenti”.

Occorrono risorse importanti che in tempi di crisi sono una chimera? Sky Italia rimanda al mittente questa osservazione, facendo capire che è questione di volontà. “Ci hanno invitato ad entrare a far parte di Auditel in una posizione minoritaria. Ma noi abbiamo rifiutato l’offerta perchè il problema che poniamo è un altro. E’ di avere una macchina capace di dirci con precisione anche quanti hanno seguito ‘The Voice’ su Rai.tv. Evidentemente, non basta dire che ‘è andata bene’. Né, a dirla tutta, ci è sembrato normale un invito a far parte di un ente da parte di coloro i quali sono proprietari e utilizzatori allo stesso tempo della macchina. Ci siamo sentiti un po’ come nei panni del tacchino a cui viene chiesto di organizzare il pranzo del Ringraziamento negli Usa”.

Se la richiesta di Sky verrà accolta è tutto da vedere. Ciò che, in ogni caso, sembra evidente a tutti gli invitati della tavola rotonda organizzata al Politecnico è che la rivoluzione è da compiere. E si compirà, in un modo o nell’altro. Inevitabilmente.

Anche se le paure, nella mattinata al Politecnico, non sono state affatto nascoste, come da confessione di Federico De Chio, vice direttore generale contenuti Mediaset che si è paragonato a un uomo delle caverne che, però, “ha la consapevolezza di dover esplorare nuovi mondi, altrimenti il mondo gli cascherà addosso”.

“Prima della rivoluzione, televisione e televisore erano sinonimi. Ora, non più. Ci attende una sfida come quella del cinema degli anni 50, quando capì che una cosa era fare film, un’altra gestire le sale. Certo, la sfida che ci coinvolge è prima di tutto di carattere culturale. Ma io credo che le generaliste possano vincerla facendo perno proprio sulla forza che hanno”. Prima di tutto, quella derivante loro dalla forza delle autoproduzioni. Tant’è che De Chio spiega che le punte di diamante di Mediaset (anche) sui nuovi canali di trasmissione si chiamano ‘Amici’ di Maria De Filippi, ‘Centovetrine’ e ‘Le Iene’.

“Un quadro desolante”, si è lamentato il direttore di Rai 4 Carlo Freccero. Salvo, poi, rientrare dalla provocazione e ribadire che “i nuovi canali hanno reso sopportabile le generaliste” soprattutto nelle ore morte, facendo sì che ci siano trasmissioni da prime time in tutte le fasce orarie (“meglio guardare una trasmissione su come vestirsi che il matrimonio della Marini a La vita in diretta”). “Sarà la pubblicità – è la scommessa di Freccero – ad accelerare questo processo”.

Anche perchè, come ricordato da Marinella Soldi, amministratore delegato di Discovery Italia, la parola ‘crisi’, in lingua cinese, si compone di due ideogrammi: il primo sta per ‘pericolo’. Il secondo per ‘opportunità’. “Detta così, dovrebbe essere la nostra parola d’ordine”. Che magari scongiurerà il pericolo che ha fatto presente uno studente: “Io accendo la tv e inizio a guardare tutto ciò che c’è intorno…”