Se mentre Fabiana moriva in Emilia Romagna si pubblicizzava il week end con ‘lati B’ e ‘tope’

La denuncia della Casa delle Donne nelle stesse ore in cui la 15enne di Corigliano Calabro veniva massacrata dal ‘fidanzatino geloso’. E mentre il ministro all’istruzione Maria Chiara Carrozza non risponde all’invito di riprendere nelle scuole la campagna destinata alle ragazze di mollare i compagni violenti. Il tutto, quando è giunta l’ora di passare all’azione

di Giovanni Santaniello

Bisogna passare all’azione. Non c’è altro tempo da perdere. Anche perchè un altro giorno significa un’altra vittima della violenza contro le donne (dall’inzio del 2013 sono 41 e 30 i tentati omicidi).

E’ tempo di passare all’azione perchè la battaglia da affrontare la si deve combattere su più fronti: quello normativo innanzitutto, certo. Ma soprattutto quello culturale.

Stop alle parole, quindi. Servono fatti. Se tutti, a cominciare dai politici di ogni schieramento, sono davvero convinti di ciò che dicono a commento degli atti di violenza che subiscono le donne, tutti devono passare da quelle parole ai fatti.

Con obiettivi chiari e tempi stretti. A cominciare da chi fa parte del mondo della pubblicità: bisogna subito cancellare le pubblicità sessiste, quelle degli avvoltoi che speculano sulla pelle delle donne facendo passare il messaggio che non siano altro che un oggetto. Non si può più attendere.

fabiana luzzii
Fabiana Luzzi

Che il tempo sia scaduto lo dimostra il fatto che nel fine settimana che ha portato a galla l’atroce fine di Fabiana Luzzi, la 15enne di Corigliano Calabro ad opera del fidanzatino (che alcuni giornali definiscono ‘geloso’, ma che in realtà, come riferisce la cronaca del Corriere della Sera di questa mattina, non ha avvertito alcuna emozione anche nel momento della confessione, quando ha detto ‘Fabiana mi chiedeva di non farlo, era viva quando le ho dato fuoco’), ecco, nelle stesse ore, a Ravenna e a San Pietro in Vincoli due appuntamenti su due del week end sono stati pubblicizzati con manifesti indecenti. E chissà quanti altri casi simili si sono nascosti in tutt’Italia.

Sta di fatto che a Ravenna, le immagini pubblicitarie “volgari e offensive nei confronti delle donne” sono state denunciate dall’associazione la Casa delle Donne. Troppo tardi, evidentemente, perchè erano state regolarmente esposte e hanno avuto il tempo, quindi, dal punto di vista culturale, di dare ulteriore legittimazione a chi crede che la donna sia solo un oggetto sessuale.

manifesti sessisti

Ma tant’è: l’associazione ha inviato una lettera aperta a sindaco, Presidente della provincia, presidenti delle associazioni di categoria: Confesercenti, Ascom, Cna, Confartigianato, Cgil, Cisl, Uil, Arci -Uisp, Endas e Coni. L’ultimo grido di dolore.

“In un solo giorno – si legge nella missiva – siamo venute a conoscenza di due eventi: la festa del Marinabay a Marina di Ravenna, e il motoraduno dal titolo inequivocabile “mototopa” a San Pietro in Vincoli”.

“Da anni denunciamo come l’uso distorto del corpo femminile nelle pubblicità sia un fattore di arretratezza culturale e veicolo attraverso cui passa il modello femminile che la società patriarcale intende imporre: la donna non persona, soggetto di diritti e di libertà, ma corpo desiderabile per gli uomini e solo in quanto tale, esistente e spettacolarizzato”.

“Non a caso le immagini usate sia a Marina che a San Pietro in Vincoli presentano corpi femminili a metà, da cui sbucano mutandine abbassate (sempre a disposizione!!) o tope (femminilizzate) emergenti da quelle fisiologicamente naturali: mezzi corpi, perchè non esistono le figure intere-donne persone, ma solo merci da esibire e consumare”.

L’appello della Casa delle Donne è forte e chiaro quindi: “Pensiamo sia venuto il momento di dire basta: basta pensare che queste immagini siano innocue o, addirittura, scherzose. Basta pensare che, al più, sia questione solo di “buon gusto” (che pure, è banale dirlo, esiste, considerando la cialtroneria e il livello di volgarità raggiunti). E basta, soprattutto, pensare che non esista correlazione fra queste rappresentazioni del corpo femminile e la violenza scatenata contro le donne che finisce spesso, troppo spesso, nel femminicidio”.

“E’ venuto il momento di capire che la violenza maschile sulle donne non è un problema privato, ma culturale e politico, che trova la sua origine nei rapporti di potere fra i sessi, in una cultura patriarcale fondata sull’idea del possesso e della sopraffazione dell’uomo sulla donna, nell’esclusione e marginalizzazione delle donne dal potere politico e sociale, nel permanere di discriminazioni e stereotipi sessisti nella società e nei mass media”.

“Questa cultura si nutre di immagini come quelle delle pubblicità segnalate, donne corpi da possedere, prede da cacciare, oggetti privi di autonomia e, al contempo, rilancia e alimenta il permanere di modelli femminili dipendenti e subalterni”.

La Casa delle Donne chiarisce che la sua azione “non è censura, non è moralismo, ma presa di coscienza che certe immagini fanno male quanto le molestie e le violenze. Ce lo dicono l’Onu e la Convenzione europea sui diritti delle donne di Istanbul”.

Per tutti è arrivato il tempo di assumersi le rispettive responsabilità. Ieri, a tal proposito, è stata sollecitata Maria Chiara Carrozza, il ministro dell’istruzione, per rilanciare una campagna antiviolenza in tutte le scuole italiane. L’ha fatto con un tweet  l’ex parlamentare Anna Paola Concia, una delle promotrici della campagna che invitava le ragazze a riconoscere in tempo i maschi violenti e a mollarli. Attende ancora una risposta. Quando bisognerebbe passare subito all’azione.