Big Data, la bussola per navigare tra i dati al tempo di Internet

192

Ecco come la Polizia potrebbe ritrovarsi sempre con tempismo sulla scena di un crimine. O la pubblicità potrebbe essere piazzata dove (e come) meglio non si potrebbe

di Giovanni Santaniello

Una bussola sarà sempre meglio averla. Quando si naviga in Internet. E, soprattutto, quando ci si ritrova a largo del mare magnum di dati e statistiche. Benvenuti nell’era del Big Data, l’epoca in cui i modelli matematici possono far parlare chiaro i numeri, intrecciando dati che arrivano da ricerche applicate ai più disparati campi dello scibile umano, ma che possono essere interconnesse. Sempre e comunque secondo i nostri interessi. Perchè, naturalmente, interconnessa è la realtà che ci interessa capire e navigare.

big data bn

E quindi: questo pomeriggio, in una affollata sala Buzzati, grazie a Fondazione Corriere della Sera e Cariplo, ne hanno discusso Francesco D’Orazio, chief innovation officer di Face; Paolo Ciuccarelli, direttore del Density Design Lab del Politecnico di Milano; Farida Vis, ricercatrice dell’Università di Sheffield nonché data journalist per ‘The Guardian’ e Giorgia Lupi, fondatrice e design director di Accurat.

La bussola chiamata Big Data serve a navigare, ma anche a scoprire mari inesplorati e allo stesso tempo assai promettenti. Non foss’altro, perché rappresenta un settore in netta espansione e, come ha sottolineato Serena Danna, giornalista dell’inserto domenicale del CorSera ‘La lettura’, offre nuove opportunità lavorative.

Alzi la mano chi non vorrebbe affidarsi a un modello che indica come far trovare la Polizia al posto giusto al momento giusto, quello del compimento di un crimine, ad esempio. O che adegui immediatamente i prezzi di un prodotto al mercato. O ancora, udite udite, a piazzare la pubblicità dove più conviene in base ai dati di vendita. Insomma, il pittore che nel 500 dipinse ‘I misuratori’ illustrando tutte le applicazioni allora conosciute della matematica, oggi, dovrebbe misurarsi con un bel grafico colorato.

“Negli ultimi 20 anni – ha avvisato D’Orazio – gli archivi si sono trasformati da analogici a digitali”. Quindi, per navigare il nuovo mare di informazioni, serve affidarsi anche a chi raccoglie e interpreta al meglio i dati per capire, ad esempio, la reazione dei diversi brand coinvolti dallo scandalo della carne di cavallo. Basti pensare alla Mc Donald’s. Oppure per definire che pubblico potrebbe avere una nuova marca se debuttasse in un determinato mercato.

“Big Data rappresenta una nuova definizione di conoscenza”, ha spiegato D’Orazio. E per definire quanto se ne senta il bisogno, ha ricordato come appena 2 mesi fa uno studio abbia definito inaccurato il 50% dei dati raccolti nel campo pubblicitario. Come dire: aiutati che Big Data ora ti aiuta.

A patto, naturalmente, di scovare il modo appropriato di leggere i dati. Compito dei ricercatori, evidentemente. Che, in ogni caso, già possono vantare esperienze assai positive. Tant’è che Ciuccarelli ha raccontato diverse storie da Big Data che si avviano a un lieto fine. Come quella di Tara, una ragazza interessata con la sua Ong a diffondere nelle scuole americane le materie scientifiche e che durante il suo viaggio di nozze a Venezia, ha dato il la alla costruzione di una mappa delle scuole meno attrezzate degli Usa, dove più avevano bisogno dell’input culturale che va diffondendo. Lo studio conseguente ha fatto ottenere a Tara un finanziamento da parte della Marina Militare.

Altra storia: a un giovane filosofo della Statale può servire anche estrapolare le parole più ricorrenti dell’intera opera di Kant. O ai letterati di oggi, analizzare gli scambi epistolari degli intellettuali del secolo dei Lumi. Le vie del Big Data sono infinite.

Così, Farid Vis ha raccontato lo studio che mise a disposizione del Guardian sui tweet digitati a Londra durante i giorni delle rivolte dell’agosto 2011. Quanto influirono le voci senza fondamento, come quella di una guerriglia di cui ad un certo punto si favoleggiò attorno all’ospedale per bambini di Birmingham, affinché la violenza si alimentasse di notte in notte?

E quanto sarebbe stato utile alla Polizia capire di più e meglio l’uso dei social network per prevenire e frenare prima i teppisti? La bussola Big Data sarebbe stata utile almeno quanto promette di esserlo in futuro.