Campagna Abiti Puliti, Davide che sfida i Golia della grande moda

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Intervista alla coordinatrice italiana dell’associazione, Deborah Lucchetti: “Le risposte alla globalizzazione che calpesta i diritti dei lavoratori in nome della massimalizzazione dei profitti arriveranno dai consumatori che vogliono sempre più prodotti etici. E dalle nuove regole che devono darsi i Governi”

di Giovanni Santaniello

Primi in tanti campi della moda. Ma primi anche nello sfruttamento della manodopera nei Paesi meno sviluppati. E’ il singolare destino del made in Italy, in uno dei settori dove l’artigianalità dovrebbe essere più tutelata e, invece, sempre più spesso a causa di una globalizzazione senza regole, diventa solamente una parola svuotata di ogni vero significato.

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Deborah Lucchetti

A denunciarlo è Deborah Lucchetti, coordinatrice italiana della Campagna Abiti Puliti. Una volontaria che da tempo combatte sul fronte dei diritti umani ma che, suo malgrado, non può non sentirsi nei panni di Davide contro Golia.

Sfidare le grandi multinazionali, le grandi marche di casa nostra per una produzione che rispetti i diritti dei lavoratori in tutto il mondo non è facile.

“Assolutamente no. Noi rappresentiamo una realtà associativa nata 25 anni fa ad Amsterdam e che conta su una rete di 250 organizzazioni, tra Ong e centri di ricerca, in 17 Paesi. Ma non è affatto facile approcciarsi e confrontarsi coi grandi marchi della moda. Anche se ci sono casi di aziende che si dimostrano più sensibili al tema di una produttività etica, che rispetti i diritti dei lavoratori anche laddove si delocalizzi in quei Paesi del mondo dove i più deboli non sono tutelati, soprattutto in Italia, rappresentano ancora la maggioranza quelle imprese che praticano un’idea di lavoro assolutamente obsoleta”.

Quasi un controsenso: la moda è sinonimo di made in Italy di qualità. Il che fa pensare anche a una organizzazione del lavoro all’avanguardia. Invece, si scopre che i capi che portano il nome dell’Italia in giro per il mondo sono prodotti sempre più spesso in una di quelle fabbriche fatiscenti del sud-est asiatico piuttosto che del nord Africa dove i lavoratori hanno ben pochi diritti…

“Più che un controsenso, direi che questo drammatico stato di cose è figlio di una cultura d’impresa del tutto inadeguata. In Italia, spesso, percepiamo due approcci da parte degli imprenditori. Il primo, meramente filantropico. Un approccio che derubrica il tema dei diritti umani, nel migliore dei casi, ad una fondazione fatta in casa. Solo il secondo, così, è un approccio consapevole che i diritti devono essere propri di tutti coloro che hanno un ruolo nella catena di produzione. Non sono affatto un ‘qualcosa in più’ e per lo più ‘non dovuto'”.

Qualche passo in avanti, in ogni caso, la Campagna Abiti Puliti talvolta riesce a farli compiere.

“Direi di sì. Certo, ci sono le tragedie come quella di Dacca, in Bangladesh, in cui viene giù una fabbrica di cartone che fa più di mille morti in un sol colpo. Ma c’è anche la firma di 31 grandi marchi, tra cui la Benetton, in calce a un accordo vincolante secondo cui le case madri si accollano di una responsabilità diretta per le condizioni di lavoro degli operai, in qualsiasi parte del mondo. Abbiamo segnato qualcosa di storico”.

Anche se la giungla della globalizzazione senza regole rimane assai fitta.

“Proprio così. In Cina, dopo anni di rivendicazioni, il Governo ha dato l’ok ad un aumento salariale. Ma le aziende, di tutta risposta, si sono già dette pronte a delocalizzare ulteriormente laddove la forza lavoro costa ancora di meno”.

Un circolo vizioso da spezzare. Come?

“E’ una bella domanda. Una domanda che ha due risposte. La prima: organizzando, come facciamo noi, una pressione dal basso, da parte dei consumatori che chiedono alle marche un’attenzione sempre maggiore sotto l’aspetto etico per come vengono fatti i loro prodotti, il che porta a ciò che chiamiamo il voto col portafoglio, in quanto induce i consumatori a comprare solamente prodotti etici. La seconda, invece, è quella che spetta ai Governi: loro hanno il compito di imporre regole comuni per evitare che una semplice delocalizzazione significhi massimalizzazione dei profitti per le imprese e non riconoscimento dei diritti umani per migliaia di lavoratori”.