La moda dietro le sbarre: nasce il marketing per il lavoro delle detenute

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Presentata “Sigillo”, la prima agenzia nazionale di coordinamento dell’imprenditorialità delle donne in carcere. “Così assicuriamo la loro vera riabilitazione sociale”

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Si chiama “Sigillo” ed e’ la prima agenzia nazionale di coordinamento dell’imprenditorialita’ delle donne detenute. Certifichera’ la qualita’ e l’eticita’ dei prodotti, principalmente tessili, realizzati nelle sezioni femminili di alcuni dei piu’ affollati penitenziari italiani e ne curera’ le strategie commerciali e di comunicazione.

donne carcere

L’iniziativa e’ stata presentata oggi a Roma: ‘Sigillo’ e’ un marchio del Dap (Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria) e dunque e’ finanziato dal Ministero della Giustizia.

Al progetto hanno gia’ aderito cinque cooperative sociali gia’ attive in alcuni penitenziari: Alice e Camelot (San Vittore e Bollate a Milano), Uno di Due (carcere Lorusso-Cotugno di Torino), Officina Creativa e 2nd chance che hanno creato il marchio “Made in carcere” e che operano nei penitenziari di Lecce e Trani.

Le donne detenute in Italia sono 2.847 (dati al 31 marzo 2013) e solo 168 (5%) lavorano per ditte esterne, prevalentemente tessili, benche’ piu’ della meta’ del totale sappia cucire.

Il nuovo marchio di genere potra’ aiutare a incrementare il numero di detenute che lavorano per l’esterno, ha spiegato Luisa Della Morte, direttore dell’agenzia. “Il nostro primo obiettivo rimane l’incremento dell’offerta occupazionale per le detenute, cosi’ che possano avviare quei percorsi di riabilitazione attraverso il lavoro che, lo dicono i dati, sono in grado di limitare al 10% il rischio di recidiva. Purtroppo, pero’, le logiche di mercato richiedono uno sforzo in piu’: occorre sperimentare nuove forme di coordinamento delle esperienze presenti e promuovere un linguaggio imprenditoriale, un modello di impresa sociale oltre a partnership con le aziende tessili”.

“In carcere c’e’ un mondo che ha idee – ha aggiunto il vice capo del Dap, Luigi Pagano – e la gestione degli istituti puo’ sicuramente essere migliorata con il lavoro. L’esterno deve entrare in carcere, e noi ci stiamo attrezzando per migliorare l’accessibilita’ agli istituti penitenziari da parte del mondo imprenditoriale. La volontà non ci manca- ha sottolineato Pagano – Ma bisogna ampliare le possibilita’. Per questo, cerchiamo commesse e imprenditori”.

Anche il capo del Dap, Giovanni Tamburino, ha sottolineato la volonta’ di “ridurre l’artificiosita’ della situazione carceraria, l’innaturalita’ del togliere la liberta’ personale e rinchiudere un individuo in uno spazio ristretto”. In questo, il lavoro “e’ un passaggio fondamentale”.

Nei 205 istituti penitenziari italiani, infatti, su circa 65 mila detenuti solo il 21% (poco piu’ di 13 mila) lavora, e di questi solo duemila per aziende esterne. “Cio’ accade – ha spiegato Calogero Roberto Piscitello, direttore generale detenuti e trattamento del Dap – perche’ il lavoro che viene da fuori e’ poco”.

Tuttavia, qualche risposta e’ gia’ arrivata: “Un’agenzia di coordinamento che parla di marketing e comunicazione per il lavoro delle detenute depone bene” ha detto Silvia Fendi, presidente di Altaroma. Secondo Fendi, infatti, “oggi, i consumatori sono sempre più interessati a conoscere la filiera dei prodotti, nella moda cosi’ come nel cibo”. E il marchio “etico” dei prodotti tessili garantito da “Sigillo”, dunque, puo’ costituire un’attrattiva.