E se Balotelli testimonial del ministro Kyenge servisse un assist al Cav?

Così Berlusconi può trasformare il suo conflitto d’interessi in un’occasione di pacificazione nazionale

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E se il conflitto d’interessi, per una volta, servisse a Silvio Berlusconi per giungere ad una pacificazione nazionale, a trovare un accordo con il centrosinistra e a risolvere un problema?
Signori: o questa volta, o mai più.

berlusconi balotelliI fatti: la neo-ministra alle pari opportunità Cecile Kyenge ha dichiarato che già nei prossimi giorni presenterà un disegno di legge per definire una volta per tutte che chi nasce in Italia anche da genitori stranieri ha diritto immediato alla cittadinanza italiana.

Mai più storie alla Mario Balotelli, insomma. Che, pur essendo nato a Palermo, poichè aveva i genitori ghanesi, ha dovuto compiere i 18 anni per essere un italiano a tutti gli effetti.

Roba da Medioevo. In un’Italia sempre più multirazziale, tant’è che, con Balotelli, nell’attacco del Milan e della Nazionale italiana, c’è El Shaarawy, nato a Savona da mamma italiana e papà egiziano, lo ius sanguinis sembra ormai fuorigioco a favore dello ius soli.

Insomma: è giusto essere italiani se si nasce in Italia e non solo perchè i genitori sono già cittadini italiani.

Sta di fatto che se il calcio spinge Berlusconi ad ammettere questa verità e ad agire di conseguenza, i suoi interessi politici gli suggeriscono l’esatto contrario.

Il Pdl ha già alzato le barricate contro il ministro Kyenge. Evidentemente, per non rompere con la Lega. Che, a sua volta, non vuole rompere con il suo zoccolo duro.

Ma il bivio davanti a Berlusconi è davvero stretto.

Balotelli, infatti, ieri, subito dopo aver firmato la vittoria del Milan, si è detto pronto a giocare accanto al primo ministro nero della nostra storia e a fare persino da testimonial alle campagne che riterrà di promuovere. “Sono disponibile a ogni iniziativa o proposta che provenga dalle istituzioni tesa alla lotta al razzismo e alle discriminazioni”, ha dichiarato l’attaccante appena uscito dagli spogliatoi di San Siro.

E poi, il Milan del presidente Berlusconi non è il club che ha messo su una sorta di tavola che sembra quella dei 10 comandamenti sulla quale si legge: “l’A.C. Milan ripudia ogni discriminazione delle persone basata sul sesso, sulle razze, sulle lingue, sulle condizioni personali e sociali, sul credo religioso e politico”?

E i rossoneri non sono quella squadra che ha abbandonato il campo nel corso di una partita amichevole per i buu che piovevano addosso ai suoi calciatori di colore?

Ecco: sarebbe bello (come i migliori contropiedi) che Berlusconi si fidasse del suo Milan e risolvesse col cuore il conflitto d’interessi che gli si para davanti. Non gli manca, come dire, la personalità per imporre un cambio di linea al suo partito. E giungere ad un accordo che sarebbe di buon auspicio per tutti gli italiani. Anche per quelli che non l’hanno votato.

Una volta, festeggiando uno scudetto che capitò in piena campagna elettorale, lanciò come se stesse facendo un comizio, una delle sue memorabili domande retoriche: “L’Italia diventerà vincente come il nostro Milan?” E tutt’intorno: “Sììì!”

Ecco: è l’ora di farlo. E se persino un conflitto d’interessi può servire alla causa…