A Milano la mostra di Andy Warhol, professione pubblicitario

120

La curatrice dell’esposizione, Laura Calvi: “Così la pubblicità lo rese unico”

di Giovanni Santaniello

I numeri parlano da soli. Nel 2012 è stato l’artista più venduto in assoluto, superando anche Pablo Picasso e totalizzando all’asta 380 milioni di dollari. A Milano, dove al Museo del Novecento è stata allestita una mostra che lo celebra, in un solo giorno è arrivato a far staccare al botteghino 6 mila biglietti. Signore e signori, ecco a voi quel pubblicitario di Andy Warhol.

Pubblicitario? Certo, avete capito bene. Prima di essere l’artista-pop per eccellenza del Novecento, l’uomo col parrucchino più famoso al mondo è stato un pubblicitario. A spiegarlo a spotandweb.it è Laura Calvi, la curatrice della mostra ‘Andy Warhol’s stardust’ (a piazza del Duomo fino all’8 settembre a 5 euro).

laura calvi
Laura Calvi

Ventinove anni, originaria di Monza, da storica dell’arte sa quanto sia stata unica l’esperienza di Warhol per far scintillare ancora oggi, a 26 anni dalla scomparsa, la sua ‘polvere di stelle’.

“Nel 1949, quando si trasferisce a New York, Warhol è un pubblicitario a tempo pieno. Con questo lavoro si guadagna da vivere e comincia a vivere nella Grande Mela. I suoi primi ingaggi sono per dei grandi magazzini e per un negozio di scarpe. Del resto, nella natia Pittsburgh, Drella (il soprannome di Warhol derivante dal mix di Dracula e Cinderella), si era formato in una scuola tecnica, mica in un’Accademia…”

E’ in quelle aule, quindi, che si deve ricercare l’anima da pubblicitario che non abbandonerà mai Warhol.

“La sua formazione lo avvicina automaticamente alle merci e al commercio. Basti pensare alla serie di serigrafie dedicate alle zuppe Campbell’s. Ma non solo. Ciò che influenza tutta la sua opera è la riflessione che gli sorge spontanea su come si comunica in una società, come quella degli Stati Uniti degli anni Cinquanta, in piena espansione economica e che va rapidamente a caratterizzarsi come società dei consumi di massa. La pubblicità gli dà accesso a tecniche di produzione artistiche diverse rispetto a quelle utilizzate dagli artisti suoi contemporanei. E ciò, ben presto, lo rende unico. D’altra parte, le sue serigrafie cosa sono se non stampe derivate dalla produzione pubblicitaria? Sicuramente, qualcosa di molto lontano dal pezzo unico che caratterizza l’opera d’arte come era stata concepita fino a quel momento”.

La pubblicità è all’origine della vita e del miracolo di Andy Warhol, ma poteva essere anche l’origine della sua morte artistica.

“Proprio così. All’inizio degli anni Sessanta, quando decide di dedicarsi completamente all’arte e di abbandonare il lavoro di pubblicitario, fatica a trovare estimatori e gallerie disposte ad ospitare le sue opere perché viene discriminato proprio in quanto proveniente dal mondo del commercio. Come dire: non era considerato un puro. E il cammino che dovette compiere fu esattamente contrario a quello di artisti come Rauschenberg e Johns che da artisti affermati della pop-art si ‘abbassarono’ a fare degli allestimenti di carattere pubblicitario. Ma quanto questo fosse considerato degradante, lo testimonia il fatto che questi ultimi ritennero di non dover firmare neanche i lavori che fecero in questo settore. Avevano una sorta di pudore: la pubblicità era un lavoro come un altro, non un’arte”.

Qualche decennio dopo, questa storia assume per loro i contorni della beffa…

“E’ vero. Tanto più che anche un altro elemento di unicità delle opere di Warhol fu dovuto alla sua formazione nel campo pubblicitario. Mi riferisco alla sua visione dei cambiamenti sociali che caratterizzarono gli Usa e il mondo occidentale dagli anni ’60 e ’80, con le battaglie per i diritti civili in primis, da quella degli afroamericani a quella di Muhammad Alì. Lui seppe più e meglio degli altri coglierli e rappresentarli agli occhi di un pubblico vastissimo. E questa sua abilità di saper comunicare con tutti gli derivava proprio da ciò che gli era rimasto della lezione della pubblicità: arrivare al maggior numero di persone possibile”.

Oggi, il pubblicitario Warhol sarebbe andato a nozze con i social network e, più in generale, con le tante piattaforme esistenti per comunicare…

“Credo proprio di sì. Del resto, anche questa mostra è concepita in maniera fluida e leggera, sul modello della comunicazione breve dei social. Accanto alle opere esposte, appaiono solo ‘schizzi’ di informazioni che non stancano i visitatori. Anzi: li suggestionano. Come se si trovassero di fronte ad uno slogan capace di farli accedere facilmente all’arte di quel pubblicitario geniale che risponde al nome di Andy Warhol”.