Hyundai, lo spot dell’aspirante suicida dannoso e inutile

La pubblicità dell’auto a metano fa discutere, ma non fa vendere. Parola di psicologa

di Giovanni Santaniello

Può uno spot essere dannoso e inutile? Sì, a giudizio di Valeria La Via, psicologa psicoterapeuta nonchè consigliere dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia. Il giudizio arriva dopo la visione della pubblicità della Hyundai realizzata da Paul Gay, regista della società di produzione indipendente Waspface. L’auto da reclamizzare è un modello a metano, quindi ad emissioni nocive zero. E lo spot gira attorno proprio a questa caratteristica. Il punto è come. Protagonista del video, infatti, è un aspirante suicida che si rinchiude nell’auto in oggetto nel garage di casa sua, collega il tubo di scappamento all’abitacolo e aspetta di spirare. Sta di fatto che, essendo la sua auto la nuova Hyundai ad idrogeno, non respira altro che vapore acqueo: deve rimandare la sua ultima ora ed è costretto a tornare a casa più triste di prima.

 

Un'immagine dello spot Hyundai
Un’immagine dello spot Hyunda

Ora: al netto delle discussioni che ha scatenato, è giusto mandare in onda uno spot simile? Non si corre il rischio emulazione? “Credo proprio di sì – risponde la dottoressa Valeria La Via – E’ chiaro che gli effetti di una comunicazione dipendono dalla cultura di chi la riceve. E non tutti abbiamo i codici necessari per ricevere al meglio il messaggio di questo spot. Ci sono vari elementi critici che ne sconsiglierebbero la visione ad un pubblico, come ad esempio quello giovanile, che potrebbe essere particolarmente vulnerabile in quanto predisposto all’emulazione. Dalla prima all’ultima scena, lo spot non convince affatto”.

Il rewind non lascia scampo. “La prima scena ritrae la villetta del protagonista. Beh: già questo è immediatamente riconducibile al pensiero negativo di allontanarsi dalla famiglia. L’ultima scena, a suicidio fallito, ritrae ancora il protagonista tornare dentro casa con quello che nella letteratura scientifica viene descritto ‘l’omega del melanconico’: l’espressione del depresso più profondo. Con ciò, saltano tutti gli indici semiologi, tutte le “convenzioni narrative” tipiche di uno spot. Manca persino il lieto fine, il sollievo finale che deve essere di un prodotto o di un messaggio che si vuole diffondere”.

E’ uno spot dannoso e inutile, quindi? “E’ uno spot sadico. Vedendolo, non resta nulla di positivo in testa, non induce ad alcuna visione. Il che non è certamente un gran regalo al prodotto che vuole promuovere. E poi, pensiamo alle famiglie che hanno vissuto il dramma di un suicidio: che sentimento dovrebbe suscitare in loro? Al più – conclude la dottoressa La Via – lo spot della Hyundai si può sintonizzare solo con le battutacce da bar in pieno stile black-humor. Ma dubito che vada bene per un’auto che aspiri a diventare popolare”.