“Come fosse un giornale…”

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di Nicol Garutti

“È evidente che gli utenti del social network sono consapevoli – e anzi in genere tale effetto non è solo accettato ma è indubbiamente voluto – del fatto che altre persone possano prendere visione delle informazioni scambiate in rete”. Tribunale di Livorno – 1 ottobre 2012.

Una giornata storta, qualche pensiero di troppo e, magari, qualche problema al lavoro.
Fino a qualche anno fa, nella migliore delle ipotesi, saremmo andati a casa e ci saremmo rilassati leggendo un libro. Ora no. Se siamo adirati, stanchi, felici o scontenti, cosa facciamo? Twittiamo, postiamo, scriviamo. Nella peggiore delle ipotesi, insultiamo. Senza riflettere e senza pensare alle conseguenze che, grazie ad un mezzo potente come Facebook, ammontano, beneficiando dello sconto di pena derivante dall’accesso al rito abbreviato, ad una condanna per “diffamazione a mezzo stampa”, ad un risarcimento di 3000 euro alla persona offesa, più le spese processuali.
Questo succede se, dopo essere stata licenziata dal datore di lavoro, ti prendi la libertà di offendere il tuo ex capo sulla tua pagina di Facebook. Questo succede nel nostro Paese.
Guardiamoci attorno. Leggo le news: “Usa: autorità chiedono di rivedere le policy aziendali”.
Mentre le aziende cercano di scoraggiare i dipendenti a usare i social network, mettendo a punto anche dei codici di condotta, le autorità federali americane scendono in campo con i lavoratori e reputano illegali le “restrizioni” e i paletti aziendali sui social media. Secondo le autorità federali, infatti, i lavoratori devono avere il diritto di esprimersi su Facebook e su Twitter, liberamente e senza la paura di perdere il posto di lavoro o di veder intaccato il loro stipendio, anche se a pagarne le conseguenze, a causa di determinati commenti, è il datore di lavoro. Come se non bastasse, la National Labor Relations Board ha chiesto che alcuni lavoratori che avevano perso il posto a causa dei loro post on line, fossero riassunti nelle loro società.
Due realtà paradossalmente contrapposte che ci danno la possibilità di schierarci da una parte o dall’altra. La mia intenzione, però, non è quella di capire da che parte sta la ragione. Leggendo la sentenza del Tribunale di Livorno mi chiedo, invece, quale sia, attualmente, il ruolo di Facebook.
In certi momenti potremmo pensare. “La pagina è mia, posso scrivere ciò che voglio, ciò che penso”. Invece no. Se lo fai, in certi casi, il giudice che ti troverai davanti potrà richiamare l’articolo 595, terzo comma del Codice Penale, in cui il reato di diffamazione è punito più severamente nel caso in cui l’offesa sia recata con il mezzo della stampa così come “qualsiasi altro mezzo di pubblicità”. Secondo la sentenza sopra citata, questo social network ha una “diffusione incontrollata”.
Facebook, dunque, paragonato ad un quotidiano, ad una tv, ad un media tradizionale. Stessi rischi, stesse responsabilità, stesse regole. D’ora in poi, prima di indirizzare la propria frustrazione a qualcuno, meglio pensarci due volte.