La comunicazione di plastica-Nella societa’ ipadizzata e’ ancora piu’ importante il dito del touch

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Di Francesco Cataldo Verrina

Ricordo che in un film, il protagonista pronunciava una frase del genere: “Il problema non è la pistola, ma l’imbecille che ce l’ha in mano”. Tutto ciò potrebbe essere applicato anche a molte delle persone che impugnano un i-Pad, un tablet o uno smartphone di ultima generazione, mitragliando lo schermo con migliaia di nevrotici touch. In quella stessa pellicola, il personaggio affermava: “Non è importante sparare, ma ciò che conta è il bersaglio che si colpisce.”
Ruvido cinismo da film poliziesco, ma la metafora a volte aiuta la comprensione: funge da diluente per chi scrive e da solvente per chi legge.
Per capirci, non conta quanti applicativi abbiamo caricato o quanti touch al minuto esercitiamo sullo schermo, ma ciò che di produttivo riusciamo a fare, avvelendoci delle nuove tecnologie, non a caso definite “abilitanti”. Soprattutto per un qualsivoglia comunicatore di professione la differenza tra un “dito irrequieto” e un “dito razionale” assume una rilevanza notevole.
Esistono molti fenomeni che stanno cambiando il nostro stile di vita, in parte lo hanno già modificato; assistiamo inermi – in parte la stiamo subendo – ad un’ccelerazione della vita, attuata attraverso la compressione dei tempi. Tutto va più veloce, mentre il mondo si esprime attraverso un nuovo linguaggio, fatto di “hashtag”, i titoli di twitter, preceduti dal simbolo #, che irrompe perfino all’interno gli show televisivi o compare sulle prime pagine dei quotidiani.
Oggigiorno, il mondo si divide in due categorie di persone: da una parte coloro che appartengono alla “digital generataion”, ossia i giovani e i giovanissimi nati o cresciuti in piena deflagrazione internettiana, ma diciamo pure negli ultimi vent’anni, da quando la tecnologia ha cominciato ad assumere un ruolo determinante nella vita di molti di noi, surrogando e virtualizzando molte attività, le quali, precedentemente, richiedevano l’intervento umano e materiale; sull’altro versante troviamoi i cosiddetti “migrant analogic”, una massa assai indistinta di individui, formatisi nell’era analogica, ma affascinati dalle recenti evoluzioni informatiche e già molto attivi nello sfruttamento delle risorse e delle opportunità che i nuovi “tools” offrono.
Analizzando bene il fenomeno, si ha come l’impressione che buona parte della “digital generation” stenti a trovare il metodo per un utilizzo congruo e remurativo delle “piattaforme in modalità emergente”. Molti di essi non riescono ad andare oltre il “cazzeggio”, il caricamento di qualche filmato da you-tube o il download illegale di film, software e canzoni. Per contro, i tanti “vecchietti”, definiti “migrant-analogic”, sembrerebbero usare le nuove piattaforme in maniera mirata e con finalità di business: talvolta, con ottimi risultati.
Si sta innescando una sorta di “digital divide” al contrario. La colpa, però, è sempre di chi è nato prima: forse, avremmo dovuto insegnare alle ultime generazioni non solo a giocare, ma anche a produrre e lavorare.
Non siamo allo scontro generazionale, anche perchè la divisione fra i due “schieramenti” non è per nulla manichea, non vi è separazione, anche se non esiste neppure convergenza: come accade per le famose rette parallele, che camminano affiancate all’infinito, ma che non si toccano mai. Del resto, le convergenze parallele sono state un fallimento perfino in politica.
In verità, esiste una terza categoria di individui per nulla interessati alle evoluzioni tecnologiche, in massima parte rappresentata, da persone adulte ed attempate (coloro che hanno perso il treno dell’alta velocità telematica), ma anche da giovani snob o intellettuali radical-chic disposti a non cedere alle lusinghe di computer e i-Pad, ma, al contrario, fieri di comunicare e di esporre tale indifferenza come una sorta di vanto e di elemento distintivo rispetto ad una massa informe ed ipadizzata, incapace di vivere senza postare una qualunque scemenza su FaceBook oTwitter, almeno una volta al giorno.
In ogni caso, costoro non sono “integrati”, ma neppure “apocalittici” in relazione a certi fenomeni, tanto per scomodare la definizione che Umberto Eco faceva a proposito dei mass-media.
Negli ultimi anni, siamo passati dalla società No-Logo, agognata da Naomi Kleim, alla società Non-Luogo dominata non tanto dalla green-economy, ma dalla splean-economy, dove una sorta di insofferente noia di tipo “baudeleriano” trova sfogo, implementazione e rappresentanza all’interno di queste comunità sordo-mute chiamate social-media: il Non-Luogo a procedere per eccellenza, dove il niente a sapere si fonde con il nulla a pretendere. Il vuoto è abissale, ma non è mai vuoto a rendere: grazie a queste piccole armi da guerra tecnologiche si spara, si schiva, si risponde al fuoco, ci si trincera, si attacca, si lancia il sasso e si nasconde subito la mano, ma senza dover rendere conto a nessuno.
Alcuni studiosi americani hanno coniato un acronimo, ossia FOMO (Fear Of Missing Out), con riferimento paura di perdersi qualcosa. È la cultura dell’essere sempre connessi, garantita da tablet e smartphone: la connessione ai social network è forse l’applicazione più apprezzata. La dipendenza da “touch-screen” è palpabile, costante ed ipnotica.
Il risultato è che se si fanno più cose nello stesso tempo, si dimenticano, facilmente, anche più cose. A questo punto entra in scena un altro terribile acronimo, l’MCI (Mild Cognitive Impairmant): un leggero indebolimento cognitivo, quale effetto collaterale di uno smodato stile di vita digitale. E’ questo un altro indicatore di tendenza con cui chi lavora per i media, la pubblicità e la comunicazione dovrà fare i conti.
Per intenderci, soprattutto i “millennials” (coloro che abbiamo inquadrato all’interno della “digital-generation” o “generazione Y” e che comprende i nati tra gli anni ’90 e i primi anni del 2000) sono predisposti ai cambiamenti, disponibili ad acquisire molte informazione ed a ricevere tanti input, ma dimenticano facilmente, cambiano opinione repentinamente, non si lasciano fidelizzare e, soprattutto, non hanno “miti indistruttibili” in ambito commerciale: ieri sbavavano per l’i-Phon della Apple, oggi fanno carte false per avere un Sansung Galaxy III S.
Come già accennato, a tutto ciò si aggiunga un’aggravante non da poco: i nostri millennials hanno ancora una visione eccesivamente “ludica” dei nuovi strumenti tecnologici, frutto di anni passati a picchiettare sui tasti di Play Station, Wii e Game Boy.
Questa prima generazione puramente digitale esprime valori e modi di pensare convergenti in ogni città del mondo. Anche se gli stili e le abitudini tendono a distinguersi in vortice di differenze, taluni elementi di fondo, infatti, sono simili e condivisi. Il solo grido di battaglia sembra essere: connessione, veloce e sicura! Nessuno quando chiama un albergo chiede più se in camera ci sia il frigo-bar o la TV, ma se esiste un servizio Wi-Fi, possibilmente gratuito.
La società ipadizzata sembra produrre strane aberrazioni: i papà, i migrant-analogic, insegnano a figli piccoli non ad allacciarsi le scarpe o a fare il nodo della cravatta, ma ad usare il mouse o il touch-screen; mentre i fratelli maggiori, fanno capire a quei genitori che non è più tempo di “sex, drugs and rock’n’roll”, ma di “sex, dance e smartphone”.
Si ha quasi nostalgia per un tempo in cui qualcuno, sempre dal grande schermo, ci rammentava che “il mondo si divide in due categorie: chi ha la pistola carica e chi scava”. Certo, meglio un i-Pad di una pistola, in fondo siamo tutti “pro bono pacis”, ma un tablet o un smart ti cambiano le abitudini, non la vita: se sei uno costretto a scavare, dovrai continuare, comunque, a farlo. In buona sostanza, non conta tanto il touch, quanto il dito, e soprattutto se il titolare di quel dito ha ancora qualche residuo di idee, non sull’i-Pad, ma in testa.