Adelphi e Giuntina: tradizione del passato al servizio del futuro

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di Giacomo Aricò

L’edizione 2010 del Salone del Libro è stata sicuramente segnata dal boom della grafica e della creatività. Un connubio da sfruttare quello tra immagine e libro, tra colore e titolo: obiettivo è farsi notare, catturando l’occhio. Le case editrici più giovani, sono alla ricerca del marchio distintivo, della foto-copertina, dell’opera d’arte che apre il sipario sul testo. Talvolta sembra quasi che il libro sia diventano un oggetto da vedere, non da leggere. Per gli editori più vecchi invece il compito sta nel rinnovarsi senza abbandonare le proprie radici, continuando a soddisfare i propri lettori in un discorso di fedeltà che si mantiene ogni anno, in cui l’estetica si differenzia dal coro nel suo ripetersi immutata, in cui il regalo principale rimangono sempre le parole del libro. In questa caccia ad uno stile ricercato, ad un nuovo vezzo da inserire, si nota la semplicità più totale, quella di uno sfondo colorato ed un rettangolo bianco in cui stanno autore e titolo che adotta La Giuntina di Firenze, casa editrice specializzata in cultura ebraica che compie quest’anno ben 30 anni di storia. Di questo ne va fiero Shulim Vogelmann, direttore della collana Israeliana per La Giuntina di cui è anche scrittore e traduttore dall’ebraico: “Dopo 30 anni il bilancio è buono perché ancora esistiamo e per un editore indipendente sopravvivere è la prima cosa”. Una sopravvivenza che si alimenta nel tempo con l’aumento dei lettori e che viaggia su quel ponte tra passato e futuro: “Ci siamo rinnovati creando due nuove collane, una che si chiama Israeliana, in cui pubblichiamo autori israeliani contemporanei che presenta una nuova grafica più forte, ed una che si chiama Diaspora, che convoglia tutti gli scrittori non israeliani che vivono nella Diaspora”. Ma sono soprattutto le storiche copertine colorate (una serie di 20 colori che si ripetono nella stampa) che continuano a legare i lettori a La Giuntina: “C’è un discorso di affezione: i nostri lettori storici non rinuncerebbero mai alla nostra grafica classica”.

Qualche anno alle spalle in più c’è l’ha Adelphi, casa editrice che esplora i territori del passato, tra narrativa e saggi filosofici e la traduzioni di celebri firme come Dickens e Dostoevskij. Il rinnovamento sta in continue traduzioni d’autore che rinfrescano la lingua (tra gli altri Pavese e Randolfi) e che danno un valore aggiunto ai testi classici, ed inoltre nella scelta nel contemporaneo. Ma anche in questo caso è la riconoscibilità estetica della copertina, una cornicetta nera su toni delicati, che rende Adelphi sempre più autentica al passare degli anni: “Adelphi è l’unica casa editrice italiana che da quando è nata non ha mai fatto restyling grafici: la biblioteca Adelphi era così nel 1963 quando è nata ed è rimasta tale. La cornicetta della copertina viene dalla matrice del grande illustratore britannico Aubrey Breadsley, e dopo si lavora sull’ immagine, tutte rigorosamente fatte in casa: non abbiamo grafici”. Un esempio quindi di perfetta sintonia tra scritti e veste grafiche, classiche ma sempre fresche: “Credo che il segno distintivo della casa editrice sia la fedeltà dei lettori a questa sua semplicità e riconoscibilità grafica”. Quella semplicità che si rinnova restando intatta, che in quella forsennata ricerca di creatività e di distinzione, rimane la più originale.